La lotta alla mafia raccontata agli studenti pavesi dall’uomo che catturò Provenzano

di Alessandro Repossi

L'incontro alla Questura di Pavia con il prefetto Renato Cortese

 

Da funzionario della Polizia di Stato, a capo della sezione “Catturandi” della Questura di Palermo, l’11 aprile 2006 arrestò il boss mafioso Bernardo Provenzano dopo 43 anni di latitanza, a Corleone. Una delle operazioni più importanti condotte dallo Stato contro cosa nostra. Mercoledì 6 maggio il prefetto Renato Cortese (il terzo da sinistra nella foto, accanto al sindaco Michele Lissia) ha raccontato quella famosa cattura agli studenti di alcune medie superiori di Pavia, in un incontro svoltosi nell’aula magna della Questura pavese. Si è trattato dell’ultimo appuntamento del “Laboratorio sulle Mafie”, che nelle scorse settimane ha coinvolto centinaia di giovani pavesi. 

Rivolgendosi ai ragazzi, Cortese ha ripercorso i lunghi anni di indagini che hanno preceduto la cattura di Provenzano, con un lavoro di analisi silenziosa, lontano dai riflettori. Dalla scoperta dei primi “pizzini” scuciti dall’orlo dei pantaloni di un detenuto, fino al pedinamento con l’ausilio della tecnologia, che ha permesso di monitorare i vari livelli di consegna,  “Quando sono entrato in quel casolare, è stato come se lo conoscessi da sempre”, ha ammesso il prefetto, descrivendo l’emozione di trovarsi davanti a un uomo che non aveva un volto ufficiale dal 1963, ma di cui conosceva ogni abitudine, dalle cure per la prostata alla passione per la cicoria selvatica. 

Cortese ha concluso ricordando il clima di terrore delle stragi del 1992 e il sacrificio dei colleghi caduti, sottolineando come l’applauso spontaneo dei cittadini siciliani sotto la Questura di Palermo, quel giorno di vent’anni fa, abbia segnato non solo la fine della latitanza del “capo dei capi”, ma l’inizio di un percorso di liberazione collettiva che oggi deve essere portato avanti proprio dalle nuove generazioni.

“Senza memoria non c’è futuro – ha dichiarato il questore di Pavia, Luigi Di Clemente -: portare la testimonianza del Prefetto Cortese davanti ai ragazzi degli istituti Cairoli, Volta, Copernico, Cardano e Maria Ausiliatrice, significa mostrare loro che la legalità non è un concetto astratto, ma una scelta quotidiana di coraggio”.