Al Collegio Ghislieri di Pavia una giornata per ricordare Gianandrea Gavazzeni

di Alessandro Repossi

E' in programma sabato 23 maggio

Di Laura Rossi

La Giornata Gavazzeni del Collegio Ghislieri di Pavia (nella foto), in programma sabato 23 maggio, ricorderà quest’anno non solo Franco Gavazzeni, italianista e filologo a cui l’iniziativa è tradizionalmente dedicata, ma anche il padre Gianandrea, a trent’anni dalla morte. Ospite dell’incontro sarà il musicologo Paolo Fabbri, emerito dell’Università di Ferrara e direttore scientifico della Fondazione Donizetti di Bergamo, che terrà la conferenza “Metro e canto nell’opera italiana, Donizetti caso di studio”. Nell’intervista, Fabbri ripercorre il rapporto tra Gavazzeni e Donizetti, sottolineando la forza culturale e interpretativa di uno dei grandi protagonisti del Novecento musicale.

Professor Fabbri, Gavazzeni e Donizetti ebbero le medesime, e sempre vive, radici bergamasche. Il maestro amava il compositore per questo motivo?

Direi proprio di sì. Gavazzeni lo ha scritto più volte nei suoi diari. Il legame con il luogo d’origine, con «le cose vissute e perse», l’appassionato accostamento «che stringe i luoghi, e le cose e i fenomeni di cui sono ricolmi, alla vita morale del musicista» sono indizi indiscutibili. Gavazzeni sentiva Donizetti appartenere al suo stesso mondo, un mondo dal quale egli avrebbe sempre ricavato linfa vitale.

In che modo la sua direzione ha cambiato la percezione di Donizetti, da compositore convenzionale a drammaturgo raffinato?

 L’idea che un grande direttore si occupasse, verso la prima metà del Novecento, di un compositore considerato di secondo piano come Donizetti ha fatto sì che il mondo espressivo di quest’ultimo si svelasse finalmente al grande pubblico. In quegli anni i teatri sceglievano pochissime opere dal suo catalogo, Lucia di Lammermoor, Don Pasquale, Elisir d’amore. Titoli fondamentali e di bellezza indiscussa ma, all’epoca, un po’ usurati, eseguiti il più delle volte per inerzia, spesso con le cattive abitudini che si erano andate sedimentando nel tempo e sovente attraverso il filtro interpretativo del teatro verista. La qualità artistica e la curiosità intellettuale di Gavazzeni hanno saputo trovare realtà nuove nella musica di Donizetti, senza etichette né preclusioni.

Quali sono stati i titoli che l’intuizione e il talento del maestro hanno sottratto alla polvere o a tradizioni esecutive arbitrarie?

Penso ad esempio a Caterina Cornaro, l’ultima opera donizettiana da lui diretta nel 1995 a Bergamo, o a quell’Anna Bolena che molti anni prima, nel 1957, era stato l’evento scaligero, con la regìa di Luchino Visconti e un quartetto di fuoriclasse: Maria Callas, Gianni Raimondi, Giulietta Simionato, Nicola Rossi-Lemeni. Anche se drasticamente tagliata, ottenne un successo che ha fatto storia.

A proposito dei tagli: perché il maestro non ha avuto interesse né per la ricerca d’archivio né per le edizioni critiche?

Più o meno deve aver pensato: “riscopriamo opere interessanti, lontane dal Donizetti più comune, ma non facciamone una questione archeologica. Tocca al direttore decidere come ripercorrere la parabola delle storie narrate dai compositori per riconsegnarla, trasfigurata, alle orecchie del pubblico”. Di qui i tagli per ciò che, a suo dire, funzionava poco. Dal suo punto di vista, e in quegli anni, un atteggiamento che si può comprendere.