Attualità
Gherardo Colombo: “Fare memoria di Andrea Rocchelli è fare giustizia”
Il magistrato e scrittore interverrà, domenica 24 maggio al Collegio Ghislieri di Pavia, all'inaugurazione del "Giardino della Ricerca" in ricordo del fotoreporter pavese ucciso nel 2014 nel Donbass
Di Laura Rossi
A dodici anni dalla morte del fotoreporter pavese Andrea Rocchelli, il Collegio Ghislieri di Pavia inaugurerà domenica 24 maggio il “Giardino della Ricerca”, uno spazio dedicato alla memoria, alla libertà d’informazione e al valore della testimonianza. Gherardo Colombo (nella foto), magistrato e scrittore, riflette sul significato della giustizia, della memoria e della responsabilità civile a partire dalla vicenda di Rocchelli.
Cosa significa cercare giustizia per Andrea Rocchelli?
Le faccio anche io una domanda: la giustizia si trova nelle aule dove si celebrano i processi o anche (e soprattutto) altrove? E, prima ancora, cosa intendiamo per giustizia? Vendetta o conoscenza, memoria, “verità” (questa è una parola troppo impegnativa per non essere messa tra virgolette), e, quando si può, riconciliazione?
Se pensa al caso Rocchelli dal punto di vista della giustizia penale, qual è il suo giudizio?
Ho letto la sentenza. La giustizia penale, in questo caso, a mio parere ha fatto quello che poteva fare. Questo bisogna dirlo con chiarezza, anche se è scomodo. Il processo italiano ha stabilito che Rocchelli e Mironov furono uccisi dall’esercito ucraino. Ma l’imputato — il soldato Vitalij Markiv — è stato assolto in appello perché le prove non erano sufficienti per affermare che avesse commesso il fatto, per via del mancato rispetto di garanzie — anche nei confronti dell’esatta ricostruzione dei fatti — nell’acquisizione di alcune dichiarazioni chiave. Non si può chiamare impunità, nel senso tecnico del termine: se una persona viene assolta, da un punto di vista giuridico non esiste relazione tra la persona accusata e il reato. Non è stata identificata la persona responsabile perché, osservate le regole del processo a tutela dell’imputato, ma anche delle vittime, non c’erano prove sufficienti. Però sappiamo con certezza che Andy è stato ucciso dall’esercito ucraino.
Eppure siamo in una situazione in cui la verità dei fatti è accertata — l’attacco ucraino è stato definito in appello privo di qualsiasi provocazione — ma quella verità non ha prodotto conseguenze giuridiche. Come si esce da questa contraddizione?
A volte è difficile ricostruire esattamente, e del tutto, i fatti, sia per i giudici che per gli storici, sia per la società civile, ma ci si può arrivare vicini. Intanto, ripeto, si è accertato che autore dell’omicidio è l’esercito ucraino. E non risulta che, nonostante la guerra in corso, esistessero ragioni perché si sparasse. Non sappiamo a chi — persona fisica —attribuire l’iniziativa. È l’unico tassello che manca, certo molto importante. La giustizia dei tribunali non ha risposto completamente a ciò che le è stato chiesto. Ma mi domando: sta soltanto lì, nei tribunali, la giustizia?
Allora esiste un’alternativa alla giustizia penale, quando la giustizia penale non arriva?
Quando è praticabile esiste un’alternativa che possiamo definire diretta, sostitutiva cioè propria del processo penale. L’ha dimostrato il Sudafrica. Mandela, dopo l’apartheid, si è trovato di fronte a una scelta impossibile: perseguire penalmente i responsabili dei crimini di regime — e rischiare la guerra civile — oppure cercare altro. Lui, il suo governo, con il sostegno dell’arcivescovo Tutu, hanno scelto di offrire l’impunità in cambio della verità. Hanno detto: raccontate quello che avete fatto, ricostruite i fatti, mettetevi di fronte alle vittime, dite la verità, e in cambio otterrete l’amnistia. Non è stata una soluzione indolore: molti l’hanno contestata, e la famiglia di Stephen Biko, ucciso dalla polizia nel 1977, rifiutò esplicitamente quel modello. Ma ha prodotto qualcosa che la giustizia retributiva da sola non avrebbe mai potuto produrre: la riconciliazione. L’incontro. Il riconoscimento reciproco. Non credo sarebbe stato, né sarebbe ora possibile ricorrere a qualche cosa di analogo, applicato a questo singolo caso concreto: intendo la giustizia riconciliativa tra responsabile e vittima, attuata attraverso una mediazione che consenta al responsabile di rendersi conto del male fatto e alla vittima di sentirsi riparata dal male subito. A mio parere mancano alcuni presupposti fondamentali. Ma ci sono altre strade perché sia resa giustizia a Andy Rocchelli.
Lei ha scritto un libro che si chiama “Il vizio della memoria”. Il titolo sembra una critica alla memoria stessa. Eppure il Ghislieri ha scelto di costruire un giardino che si chiama della Ricerca — un atto deliberato di memoria attiva. C’è una contraddizione?
Il titolo non è una critica alla memoria: è una critica a chi considera la memoria un vizio. In Italia — e non solo in Italia — esiste una tendenza potente a rimuovere il passato, a considerare chi ricorda come un disturbatore dell’ordine, un portatore di rancori, qualcuno che non vuole andare avanti. La memoria non è un vizio: è un elemento essenziale per vivere il presente e progettare il futuro. Il presente si svuota se si rimuove il passato. Sta qui, a mio parere, il rendere giustizia. Non attraverso le aule dei tribunali. Nel giardino che fa memoria di Andy, nelle persone che hanno firmato l’appello, nell’impegno dei suoi cari, che pertinacemente hanno coltivato, e trasmesso, il ricordo della sua figura.
Chi leggerà la dedica del giardino, chi sentendo parlare di lui non si volterà dall’altra parte ed anzi formerà un po’ di sé attraverso la sua esperienza, la società che si cura di tramandare chi è stato, che cosa ha fatto, come è stato privato della vita: tutto questo — a mio parere — è giustizia. Fare memoria di Andy è fare giustizia.
Cosa serve per non distogliere lo sguardo: coraggio o responsabilità?
Francamente non credo tanto al coraggio: quando si sente che un comportamento vada tenuto, e lo si sente profondamente, diventa quasi automatico tenerlo. La responsabilità è qualcosa di diverso: è l’onere e la capacità di rispondere. Rispondere all’altro. È l’altra faccia dell’esercizio della libertà. Nel Grande Inquisitore di Dostoevskij — quello straordinario capitolo dei Fratelli Karamazov in cui il vecchio cardinale imprigiona Cristo perché ha ridato agli uomini la libertà, che è un peso insostenibile per la maggior parte di loro — c’è una domanda che non si risolve mai: l’essere umano è davvero in grado di esercitare il libero arbitrio? O preferisce delegare, obbedire, lasciarsi guidare? Kant lo diceva già nel 1784, in quel saggio che è forse la definizione più precisa dell’illuminismo: “pigrizia e viltà sono le cause per cui tanta parte degli uomini, dopo che la natura li ha da lungo tempo liberati dall’altrui guida,.. rimangono tuttavia volentieri minorenni a vita… È così comodo essere minorenni”. C’è sempre qualcuno disposto a pensare (e a scegliere) al posto nostro.
Ma la libertà non è qualcosa che si possiede una volta per tutte: esiste nella misura in cui la si esercita. Se distogliamo lo sguardo, se ci giriamo dall’altra parte, non perdiamo solo Andy Rocchelli. Perdiamo l’Ucraina, l’Iran, Israele, il Libano. Il responsabile va a votare. L’irresponsabile no. La differenza non è eroica: è strutturale. È la differenza tra chi sceglie e chi obbedisce alle scelte di altri. E delle scelte siamo responsabili.