“Il Vangelo dalla finestra” di domenica 8 novembre

di Alessandro Repossi

Il commento di don Michele Mosa. "La scorta"

Di Don Michele Mosa

Quando Paolo bussò alla vetrina, Ettore stava spostando le scatole dei trapani sullo scaffale alto. Lo riconobbe dal giubbotto giallo. In paese lo portava soltanto lui, anche d’estate, quando tornava tardi dal lavoro.

Aprì.

“Hai ancora sacchi di sabbia?”

“No”, disse Ettore. “Finiti nel pomeriggio”.

Paolo rimase sotto la tettoia davanti al negozio. Aveva i pantaloni bagnati fino al ginocchio.

“In strada viene su dai tombini. È quasi alla porta. Mia madre è in cucina, con le scarpe in mano”.

“Portala di sopra”.

“È tutto al piano terra, Ettore. Non ho niente per fermare l’acqua”.

Dal retro comparve Gina, in stivali di gomma e giacca a vento, con la sabbia ancora sulle suole e il telefono in mano. Nel pomeriggio aveva passato quattro ore al deposito comunale a segnare nomi e quantità, mentre gli uomini caricavano i sacchi sulle macchine.

“Non sei passato a prenderli?” chiese.

“Ero al lavoro”.

“Ti avevo scritto. Poteva venire qualcuno”.

“Vero”.

Ettore si voltò verso lo scaffale. Non gli venne in mente niente da spostare.

“Sono stato dai Riva, poi da quelli della casa verde”, disse Paolo. “Ce li hanno davanti alle porte, ai garage. Dicono che se li tolgono dai cancelli, l’acqua entra anche da loro”.

Gina aprì la bocca e la richiuse.

“Aspetta”, disse Ettore.

Tornò dal magazzino con una pompa, una prolunga e un tubo arrotolato.

“Prendi questa”.

Paolo guardò la scatola.

“Mi servirebbero i sacchi”.

“Lo so”.

Lo aiutarono a caricare. Paolo chiese quanto dovesse; Ettore fece un gesto con la mano. La macchina attraversò piano l’acqua all’incrocio e svoltò.

“Potevano dargliene qualcuno”, disse Ettore.

Gina appoggiò il telefono sul bancone. Sullo schermo c’era il gruppo della via: la richiesta di Paolo, tre fotografie, le risposte. Ettore si chinò a leggere.

Mi dispiace, ma non possiamo scoprirci.

“Scoprirci”, ripeté.

“Hanno paura”.

“Cinque case, due sacchi a testa. Bastava questo”.

“E se l’acqua entrasse proprio da dove li togli?”

“Adesso gli entra in casa e basta”.

Gina si sedette sullo sgabello della cassa. Aveva un segno rosso sul polso, dove nel pomeriggio aveva tenuto l’elastico dei capelli.

“Quando venivano a prenderli, tutti chiedevano la stessa cosa: basteranno?”

“E tu?”

“Dicevo di prenderne ancora”.

Dal retro arrivò il rumore del frigorifero che ripartiva.

“Gli ho dato la pompa”, disse Ettore.

Gina non rispose. Si alzò, passò dietro il bancone e aprì la porta del magazzino.

I sacchi erano sotto il banco da lavoro, impilati. Li aveva caricati lui nel pomeriggio, prima che finissero.

“Davanti o sul cortile?”

Ettore non disse niente. Lei ne trascinò fuori uno. Lui prese il secondo: aveva dimenticato quanto pesassero. Se lo sistemò contro il petto.

Dalla strada arrivò un motore. Si fermarono ad ascoltare. Passò senza rallentare.

Il telefono vibrò sul bancone. Gina lo prese e lesse.

“I Riva. Dicono che da loro, per adesso, tiene”.

Ettore restò con il sacco in braccio.