Attualità
“Il Vangelo dalla finestra” di domenica 25 ottobre
Il commento di don Michele Mosa. "La cosa più importante"
Di Don Michele Mosa
Paolo aveva cominciato a eliminare tutto ciò che gli faceva perdere tempo. Aveva disattivato le notifiche, smesso di andare alle riunioni senza ordine del giorno, imparato a dire: “Mandami una mail”. A cinquantasei anni dirigeva uno studio di consulenza, dormiva poco e aveva sempre la sensazione che qualcuno gli stesse portando via un pezzo di giornata. Anche la domenica aveva trovato il suo equilibrio: messa alle nove, giornale, pranzo con sua moglie. Dio aveva il suo posto, dentro una mattinata ben organizzata, s’intende. Una domenica, all’uscita della chiesa, fermò il prete. In parrocchia si parlava di un nuovo percorso, di incontri, di impegni. Gli sembrava che lì nessuno sapesse mai togliere qualcosa; bisogna continuamente aggiungere.
“Mi dica una cosa. Di tutto quello che ci chiedete, che cos’è davvero indispensabile?”. “Amare Dio con tutto quello che si ha. E il prossimo come se stessi”.
“Questo lo so. Intendevo in pratica”.
Il prete stava per rispondere quando Paolo vide sua moglie che lo aspettava accanto alla macchina.
“Ne riparliamo”, disse, e lo salutò. Attraversando il parcheggio, pensò che nella Chiesa non cambiasse mai nulla: aveva chiesto di semplificare le cose e invece… Quel “tutto” sembrava non lasciare fuori niente, e sotto la voce “prossimo” poteva capitare chiunque.
Il lunedì suo figlio gli scrisse: Possiamo vederci?
Paolo aprì l’agenda: “Giovedì a pranzo. Ho un’ora”.
La risposta arrivò quasi subito.
Va bene. Luca aveva ventiquattro anni, viveva fuori casa e da mesi parlava poco. Stava finendo l’università: così almeno diceva Paolo quando gli chiedevano del figlio.
Giovedì il ragazzo arrivò al ristorante prima del padre. Scelse un tavolo in fondo e aspettò senza ordinare. Quando Paolo lo raggiunse, appoggiò il telefono accanto al piatto.
“Allora, come va?”. Luca si passò una mano sulla bocca. “Papà, non sto per laurearmi”. Paolo lo guardò, aspettando che continuasse. “È un anno che non dò un esame”. Il cameriere portò i menu. Paolo ne prese uno e lo tenne chiuso tra le mani. Luca cominciò a raccontare degli esami saltati, delle mattine in cui non riusciva ad alzarsi, delle bugie dette per rimandare quella conversazione. Il padre cercava di seguirlo, ma il pensiero tornava sempre lì: un anno. Un anno di affitto, di soldi, di telefonate in cui aveva chiesto come andava e si era sentito rispondere che andava bene.
“Perché non me l’hai detto?”. Luca abbassò gli occhi sul telefono del padre. “Aspettavo di avere qualcosa di buono da dirti”. Paolo rimase zitto finché il cameriere non tornò a prendere le ordinazioni. Poi cominciò a spiegare al figlio che cosa bisognava fare: contattare l’università, contare gli esami mancanti, trovare qualcuno che potesse aiutarlo. Gli parlava come parlava a se stesso quando si trovava in difficoltà, mettendo in fila le cose da sistemare. Gli sembrava di aver trovato finalmente un punto da cui ripartire.
Luca, intanto, si era appoggiato allo schienale. Diceva sì, certo, va bene. Lasciava che il padre preparasse un programma e non provava più a raccontare come stava.
Quella sera Paolo rimase in cucina dopo che sua moglie era andata a letto. Posò il telefono sul tavolo e ripensò al pranzo. Aveva saputo dire al figlio che cosa fare, ma non gli aveva chiesto come fossero state tutte quelle mattine. Gli tornò in mente anche la risposta del prete. Quando pregava, di solito presentava a Dio un elenco di cose da sistemare. Provò a cominciare il Padre nostro e si fermò alle prime due parole. Rimase per qualche minuto con le mani sul tavolo. Poi disse soltanto: “Ho paura per lui”.
Il mattino dopo chiamò Luca. “Ieri ho parlato troppo”.
Il figlio non rispose. Paolo aspettò, ascoltando il rumore del traffico dall’altra parte del telefono. “Stasera posso venire da te?”. “Non ho risolto niente, papà”. “Lo so”.
Andò da lui dopo cena. Nell’appartamento trovò due tazze sul tavolo. Si tolse la giacca e l’appoggiò a una sedia. Gli venne da chiedere quanti esami mancassero, ma lasciò che fosse Luca a parlare. Luca versò il caffè e si sedette. “Non so da dove cominciare”. Paolo avvicinò la sedia.