Attualità
“Il Vangelo dalla finestra” di domenica 11 ottobre
Il commento di don Michele Mosa. "La foto"
Di Don MIchele Mosa
Andrea vide entrare l’uomo che aveva licenziato sei mesi prima e abbassò gli occhi sul telefono. Lo aveva riconosciuto dal passo, dalla spalla destra un po’ abbassata, come quando attraversava il magazzino trascinando il transpallet. Adesso portava una giacca troppo pesante per quella sera e una bottiglia di vino stretta tra le mani.
Era il matrimonio del figlio di Roberto, un amico di trent’anni. All’invito Andrea aveva risposto che sarebbe passato, se riusciva a liberarsi: c’erano clienti da incontrare, una riunione già fissata. Anche molti altri avevano risposto così, finché Roberto aveva pubblicato un video dalla cucina del suo ristorante, tra le teglie e sua moglie che gli diceva di sbrigarsi.
«Sabato mio figlio si sposa. Abbiamo preparato per centoventi persone e siamo in quarantatré. Venite voi. L’indirizzo è qui sotto».
Andrea gli aveva telefonato per sapere se si rendesse conto di quello che faceva. Roberto gli aveva risposto che stavano aggiungendo dei tavoli. Alla fine Andrea aveva spostato la riunione ed era venuto, pensando che ci sarebbe stato bisogno di una mano.
Ora la terrazza era piena. La sposa andò incontro all’uomo con la bottiglia, che le mostrò il video sul telefono, quasi fosse un invito da controllare. Lei gli prese il braccio e lo accompagnò al tavolo di Andrea.
«Qui c’è posto. Dammi la giacca, che fa caldo».
Si chiamava Sergio. Quando riconobbe Andrea, rimase con la mano sullo schienale e guardò gli altri posti. La sposa gli stava già sistemando la giacca sulla sedia. La ringraziò e si sedette.
Ventidue anni nel magazzino, poi la ristrutturazione. Nell’ultimo colloquio Andrea gli aveva spiegato che era l’unico modo per salvare gli altri posti. Sergio lo aveva lasciato finire, poi aveva chiesto se potesse tenere le scarpe antinfortunistiche.
«Certo, figurati», aveva risposto Andrea, tornando a guardare il foglio.
Una ragazza seduta di fronte domandò se si conoscessero.
«Abbiamo lavorato insieme», disse Sergio.
Intanto arrivava il pane. Sergio prese il cestino, esitò appena e lo porse ad Andrea, che ne staccò un pezzo anche se non ne voleva.
Andrea aveva immaginato spesso quell’incontro. Avrebbe chiesto del lavoro, dei figli, avrebbe provato a spiegare meglio. Adesso Sergio conversava con la ragazza, le raccontava come aveva trovato il ristorante e, quando arrivò il vino, riempì anche il bicchiere di Andrea. Gli domandò soltanto se ne volesse ancora.
Appena vide Roberto vicino alla cucina, Andrea si alzò per raggiungerlo. Aspettò che un cameriere si allontanasse e gli disse piano che avrebbe preferito stare al tavolo degli amici.
Roberto posò una mano sul suo braccio.
«Vengo a sedermi con voi. Prendo il vino e arrivo».
Raccolse due bottiglie e si avviò al tavolo di Sergio. Prima di sedersi si voltò verso Andrea, facendogli cenno di seguirlo, poi si fermò a chiedere agli altri come fosse il risotto.
Andrea rimase vicino alla cucina con il telefono in mano. Quando passò un cameriere, gli affidò un saluto per Roberto: doveva andare, era arrivata una telefonata urgente.
Uscì con la giacca ancora abbottonata. Camminò per un tratto sentendo la musica alle spalle, prima di ricordare dove aveva parcheggiato.
A casa trovò una foto sul gruppo degli invitati. C’erano Roberto, sua moglie, gli sposi e gli altri del tavolo. Lo sposo aveva preso il posto di Andrea e teneva un braccio sulle spalle di Sergio. Ridevano tutti e due.
Sua moglie gli scrisse per sapere come fosse andata la festa. Andrea aprì la foto per mandargliela. La guardò un momento, poi toccò Modifica e cominciò a stringere l’inquadratura.
Quando ebbe finito, mancava anche lo sposo.