Attualità
Il “Vangelo dalla finestra” di domenica 19 luglio
Il commento di don Michele Mosa. "Dice il saggio: 'Perché amo la zizzania' ”
Di Don Michele Mosa
Un giovane discepolo andò da un vecchio saggio che viveva ai margini di un grande campo di grano. Lo trovò seduto all’ombra di un albero, mentre osservava il vento piegare le spighe. “Maestro – disse il giovane – ho letto la parabola della zizzania e non la capisco. Perché il padrone non la fa strappare subito? Se è male, va eliminata”.
Il vecchio sorrise.
“Tu hai mai coltivato un campo?”
“No”.
“Si vede”.
Il giovane arrossì.
“Chi non ha mai coltivato nulla pensa che tutto si risolva con una mano decisa. Taglia. Elimina. Cancella. È il sogno di tutti quelli che non hanno mai sporcato gli stivali di terra”.
Il ragazzo rimase in silenzio.
Il saggio continuò: “Sai qual è il lavoro preferito degli esseri umani? Non seminare. Non irrigare. Non aspettare. Fare gli ispettori del campo degli altri”.
“Eppure la zizzania è un problema… “-
“Certo che lo è. Ma non è il problema più grande”.
“E quale sarebbe?”
“Credere di riconoscerla sempre”.
Il vecchio raccolse due spighe.
“Vedi? Da piccole sono quasi identiche. Solo chi ha pazienza aspetta il tempo della maturazione. Gli impazienti invece sradicano tutto. E alla fine raccolgono un campo perfettamente pulito… e perfettamente vuoto”.
Il giovane rifletté.
“Allora tu ami la zizzania?”-
Il vecchio rise. “No. Amo quello che mi impedisce di fare”.
“Che cosa ti impedisce di fare?”
“Di sentirmi Dio”.
Il ragazzo restò confuso. Il vecchio lo lasciò lì, perplesso, a osservare il vento correre tra le spighe.
Poi riprese.
“Se il mondo fosse diviso tra buoni e cattivi, passerei la vita a decidere da che parte collocare ciascuno. La zizzania, invece, mi ricorda che quel confine attraversa anche il mio cuore”. Rimasero entrambi in silenzio. Il vento passò tra le spighe e, per un momento, fu lui a parlare.
«”Sai qual è la differenza tra Dio e noi?”, chiese infine il vecchio. “Quale?” “Noi guardiamo un errore e immaginiamo una sentenza. Dio guarda la stessa persona e immagina ancora una storia”.
Lasciò che la frase restasse lì, senza aggiungere altro, come si lascia un sasso gettato nell’acqua prima di dire qualcosa sui cerchi che fa.
“Guarda il grano”, disse poi.
“Che cosa dovrei vedere?”
“Non perde tempo a litigare con la zizzania. Cresce”.
“E la zizzania?”
“Fa quello che sa fare”.
“Allora perché Dio la sopporta?”
Il vecchio tacque per qualche istante, come se quella domanda lo costringesse a scendere in un luogo che visitava di rado.
“Forse perché ha sopportato anche me”.
Il giovane abbassò gli occhi.
Il saggio continuò con un sorriso.
“C’è una cosa curiosa. Tutti chiedono a Dio di eliminare la zizzania… ma nessuno specifica da quale campo dovrebbe iniziare”.
Il ragazzo scoppiò a ridere.
“Hai ragione”.
“No, non ho ragione. Ho esperienza”.
Si alzò lentamente, con la lentezza di chi non ha più nulla da dimostrare, e concluse: «”Il mondo si divide in due categorie: quelli che passano la vita a cercare la zizzania negli altri, e quelli che, ogni mattina, chiedono al Signore ancora un po’ di tempo per diventare grano”.
Non aggiunse altro. Si incamminò tra le spighe, e il giovane lo seguì. Il vento continuava a piegare le spighe, indifferente a quale delle due piante stesse toccando.