“Il Vangelo dalla finestra” di domenica 2 agosto

di Alessandro Repossi

Il commento di don Michele Mosa. "Io c'ero quel giorno"

Di Don Michele Mosa

Ogni tanto i nipoti mi chiedono ancora di quel pomeriggio nella tendopoli.

Sorridono. Conoscono già la storia. Io, invece, non sono sicuro di averla capita nemmeno dopo tutti questi anni. C’è una domanda che continua ad abitarmi.

Avevo sedici anni. La terra aveva tremato tre notti prima. Le nostre case erano diventate cumuli di pietre e polvere. Dormivamo sotto le tende blu, con il rumore dei generatori che copriva il silenzio di chi aveva perso troppo per parlare.

Eravamo in tanti. Famiglie intere. Bambini che giocavano senza capire davvero cosa fosse successo. Anziani seduti sulle sedie pieghevoli, avvolti nelle coperte termiche, con gli occhi fissi verso un paese che non c’era più.

Verso sera cominciò a correre una voce.

Il cibo era quasi finito.

Il furgone della Protezione Civile non sarebbe arrivato prima del mattino.

Qualcuno iniziò a fare i conti. Altri guardarono il poco che avevano messo da parte. Un volontario disse quello che molti stavano già pensando: «Non possiamo fare miracoli. Ognuno tenga quello che ha. Domani vedremo».

Mi sembrò la cosa più ragionevole del mondo.

Fu allora che un ragazzo, uno di quelli che fino a quel momento avevano solo scaricato scatoloni in silenzio, si fece avanti.

Stringeva un sacchetto di plastica: la sua cena, messa da parte in un angolo dello zaino. Dentro c’erano due panini ormai duri e un paio di scatolette di tonno.

Li porse all’uomo che stava coordinando tutti da quando era arrivato. Non ricordo il suo nome. Forse non gliel’ho mai chiesto. Ricordo solo il suo volto stanco.

L’uomo guardò quel poco.

Rimase in silenzio per un istante.

Poi fece una cosa stranissima.

Non nascose il sacchetto. Non disse di conservarlo. Non iniziò a fare calcoli.

Aprì il pane con le mani. Lo spezzò. E lo diede.

Ricordo ancora il rumore della crosta secca che si rompeva.

Pensai: adesso finirà subito. Più dividi una cosa, meno ne rimane. È così che funziona il mondo.

E invece accadde qualcosa che, ancora oggi, non riesco a raccontare senza fermarmi.

Quel pane passava di mano in mano. Da una tenda all’altra. Nessuno correva. Nessuno spingeva. Nessuno cercava di prendere più del necessario. Ognuno riceveva qualcosa e lo passava a chi era accanto.

Mangiai anch’io. Mangiò mia madre. Mangiò il vecchio che da tre giorni non diceva una parola. Mangiarono perfino quelli arrivati per ultimi, quelli che avevano continuato a scavare tra le macerie fino al tramonto.

Quando tutto finì, c’era ancora del cibo. Lo misero da parte per la mattina dopo.

Negli anni ho sentito dare molte spiegazioni. Qualcuno dice che altri tirarono fuori le provviste che avevano nascosto. Qualcuno è convinto che, vedendo quel gesto, tutti smisero di avere paura. Qualcun altro parla semplicemente di un miracolo.

Può darsi. Io non so quale sia la spiegazione giusta. So soltanto quello che ho visto.

Fino a quel momento tutti continuavano a ripetere che il cibo era troppo poco. Poi un uomo ha cominciato a dividerlo.

Da allora, ogni volta che qualcuno mi parla di moltiplicare qualcosa, io penso a quel pane che si rompeva tra le sue mani, e non riesco a dirgli che ha ragione.