Attualità
“Il Vangelo dalla finestra” di domenica 1° novembre
Il commento di don Michele Mosa. “ 'Beati i miti': dialogo immaginario tra Dostoevskij e Nietzsche"
Di Don Michele Mosa
Nietzsche trovò il libro aperto sul tavolo. Dostoevskij aveva sottolineato una riga a matita.
“Beati i miti”, lesse ad alta voce. “Non possedete la terra? Vi verrà data. Intanto sopportate”.
Dostoevskij spostò il bicchiere dalla pagina, fissò l’interlocutore seduto di fronte a lui e disse: “Ho visto usare quelle parole così”.
“E continuate a crederci?”
“Diffido di chi le pronuncia al posto di chi soffre”.
“Troppo comodo. Salvate le parole e condannate chi le usa. Io sospetto delle parole stesse. L’uomo che non può vendicarsi chiama virtù la propria impotenza. Poi inventa un tribunale eterno che faccia il lavoro per lui: il vostro dio”.
“Si può desiderare il paradiso per assistere alla condanna del vicino”.
Nietzsche lo guardò.
“Risparmiatemi almeno l’obiezione della bontà cristiana”.
“Non sono venuto a presentarvi persone buone”.
Fuori qualcuno cercava di far muovere una carrozza. Il cavallo batté uno zoccolo sul selciato.
“E quello che potrebbe vendicarsi?” domandò Dostoevskij.
“Guarderei che cosa lo trattiene. Paura delle conseguenze, forse. O il piacere di sentirsi migliore. Voi vedete già una virtù dove c’è ancora da indagare”.
“E voi sapreste riconoscerla, se la trovaste?”
“Voi sapreste rinunciarci, se non ci fosse?”.
Dostoevskij si sistemò sulla sedia. Aveva una risposta pronta anche per questo. La lasciò passare.
“Il vostro sospetto è una stanza in cui ogni oggetto diventa una prova. Questo bicchiere. Questa matita”.
“Un metodo non è una stanza”.
“Lo diventa quando non ha porte”.
Nietzsche sfiorò il segno sulla pagina.
“Adesso mi parlerete del bambino torturato”.
“Non ho nominato nessun bambino”.
“Lo nominate sempre. Ditemi: il bambino era mite?”
“Non aveva ancora avuto il tempo di scegliere”.
“Allora la mitezza non c’entra. C’entra il vostro dolore”.
Dostoevskij abbassò gli occhi. Sul bordo del bicchiere era rimasta l’impronta delle sue labbra.
“C’entra anche quello”, disse.
Fuori, la frusta. Una volta, poi un’altra.
Nietzsche si voltò verso la finestra. La mano che reggeva il libro si strinse sulla copertina. Un uomo gridò qualcosa al cavallo.
Dostoevskij guardò la mano, poi il volto dell’altro. Gli venne una frase precisa, con le parole già al loro posto. Bastava pronunciarla.
Nietzsche si alzò. Rimase accanto alla finestra, senza affacciarsi.
“Avete qualcosa da dire”.
Dostoevskij prese il bicchiere. L’acqua gli bagnò le dita.
“Sì”.
Nietzsche aspettò. Dostoevskij posò il bicchiere e si asciugò la mano sul fazzoletto.
La carrozza partì. Per un po’ sentirono le ruote urtare fra le pietre.
“Siete molto sicuro di quello che avete visto?” domandò Nietzsche.
Dostoevskij guardò la copertina, piegata sotto il pollice.
“No”.
Nietzsche tornò al tavolo. Riaprì il libro e cercò il punto.
“Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia”.
Dostoevskij non disse nulla.
Nietzsche prese la matita rimasta fra loro. L’appoggiò sulla pagina.
E si perse fra le nuvole.