Attualità
“Il Vangelo dalla finestra” di domenica 18 ottobre
Il commento di don Michele Mosa. "Il cartellino"
Di Don Michele Mosa
Il negozio stava tra una gioielleria e una banca. Vendeva specchi, e Marta passava le giornate a vedere persone che si guardavano fingendo di osservare le cornici. Da ciascuna pendeva un cartellino: 480, 1.250, 3.900. Il proprio viso lo incontrava di sfuggita, mentre spolverava.
L’uomo entrò poco prima della chiusura, con un cappotto troppo grande e un sacchetto di plastica stretto al petto. Marta lo aveva visto altre volte sotto i portici della banca. Guardò il pavimento appena lavato, poi si vergognò di averlo guardato.
Lui attraversò il negozio e si fermò davanti allo specchio più caro. Non si aggiustò i capelli né il colletto. Rimase a guardarsi, con il sacchetto tra le braccia.
“Posso aiutarla?”
“Quanto valgo?”
Marta sorrise, aspettando il resto della battuta.
“Lo specchio costa 3900 euro”.
“Lo specchio l’ho visto. Dicevo io”.
Lei cercò con gli occhi qualcosa da fare. Sul banco c’erano una fattura, le chiavi, due biglietti del treno per domenica e un bicchiere da portare nel retro. Prese il bicchiere, poi lo rimise giù.
“Non saprei”.
“Neanch’io. Per questo sono entrato”.
Marta gli si avvicinò. Nello specchio comparvero insieme: il cappotto di lui, la camicia di lei, il badge sul petto: “Marta, consulente di vendita”. Una sua amica aveva riso di quel titolo: sembrava che vendesse consigli invece di specchi. A lei piaceva. Quando qualcuno le chiedeva che lavoro facesse, ormai rispondeva così.
L’uomo lesse il badge e tornò a guardare se stesso. Poi posò il sacchetto ai suoi piedi e ne tirò fuori un portafoglio gonfio, tenuto chiuso da un elastico. Dentro c’erano scontrini ripiegati, una tessera scaduta e una fotografia. La liberò dalle altre carte e gliela mostrò: un uomo giovane con un bambino sulle spalle.
“Mio padre. Quello sopra sono io”.
Il bambino rideva aggrappato ai capelli dell’uomo, che teneva una mano su ciascuna delle sue gambe. Marta cercò qualcosa di quel viso nel volto che aveva davanti.
«Questa l’ho salvata. Il resto è rimasto in casa».
Non spiegò quale casa, né perché non potesse tornarci. Passò un pollice sull’angolo piegato della fotografia e la rimise nel portafoglio.
Squillò il telefono. Era il titolare. Le chiese l’incasso, poi disse che domenica avrebbero aperto. C’era una promozione da sfruttare, ormai l’avevano annunciata.
“Tu ci sei, vero?”
Marta guardò i biglietti sul banco. Sua figlia aveva scelto il treno delle 7.00 per avere davanti l’intera giornata. Le aveva scritto: stavolta niente scuse.
Stava per rispondere di sì, come faceva sempre. Invece rimase qualche secondo con gli occhi sui biglietti, lasciando che il titolare aspettasse.
“Domenica non posso”.
Il titolare rimase in silenzio, poi le ricordò che erano soltanto in due e che bisognava venirsi incontro. Marta ascoltò con la mano premuta sul bordo del banco. Guardava il proprio nome stampato sul biglietto.
“Ne parliamo domani”, disse.
Quando riagganciò, l’uomo aveva già raccolto il sacchetto.
“Le faccio perdere tempo”.
“Può restare ancora un momento”.
Lui annuì. Appoggiò una mano alla cornice dello specchio e chinò la testa. Rimase così per qualche secondo, con la fronte contro il vetro. Poi si raddrizzò, salutò Marta e uscì.
Marta lo seguì con gli occhi finché svoltò verso i portici della banca. Poi chiuse la porta.
Prese il panno. Sullo specchio era rimasta l’impronta della fronte. Spostò il cartellino dietro la cornice e rimase un momento davanti al vetro.
Il telefono squillò di nuovo. Lei abbassò gli occhi sul badge. Sotto il suo nome c’era quello del negozio.