Attualità
“Essere cittadini”
"L'ansa" di Danilo D'Angelo
Di Danilo D’Angelo
La differenza tra comunità e società non è solo una questione di dimensioni, ma soprattutto di intenti condivisi e di senso di appartenenza. Forse non tutti condividiamo dove sta andando la società, ma è probabile che condividiamo la direzione intrapresa da una nostra comunità d’appartenenza, che sia la famiglia, la scuola, il gruppo di amici, la città. Sono luoghi simbolici in cui persone diverse si riconoscono in valori e obiettivi comuni. Le amicizie nascono dalla simpatia, ma si rafforzano grazie all’empatia: comprendiamo le difficoltà dell’altro perché spesso sono anche le nostre. Nell’adolescenza, per esempio, il confronto con il mondo degli adulti può creare legami capaci di resistere al tempo e alle prove della vita.
Anche le passioni ci uniscono. Per la mia generazione la musica è stata un importante punto d’incontro, insieme alla politica, all’impegno sociale, allo sport e alla ricerca spirituale. Ho vissuto molte di queste esperienze: ho praticato sport agonistico, suonato in gruppi musicali, partecipato ad attività sociali e trascorso anni in comunità spirituali. Alcuni amici dell’adolescenza sono ancora oggi i miei migliori amici. Ne parlo, dunque, a partire da un’esperienza diretta.
In questo scritto mi riferisco alle comunità fisiche, dove si sta gomito a gomito e si condividono non soltanto obiettivi, ma anche modi per raggiungerli e difficoltà quotidiane. Le chat e i gruppi digitali possono offrire occasioni di contatto, ma non sostituiscono l’esperienza diretta.
Vivere in un gruppo con ideali comuni crea una condizione mentale particolare: ci si sente parte di qualcosa e si comprende il senso del proprio impegno. Lavorare con persone percepite come amiche, adoperarsi insieme per un risultato condiviso è appagante. L’occupazione non appare più un obbligo imposto per un fine a noi estraneo, ma un contributo nel quale ci si riconosce. La vicinanza permette di affrontare uniti i momenti difficili: non elimina gli ostacoli, ma ci aiuta a superarli sentendoci parte di un progetto riconosciuto.
Nella società in cui viviamo, invece, spesso accade il contrario. Abitiamo un luogo perché vi siamo nati o perché ci vive la nostra famiglia. Ci dedichiamo ad attività che non sempre abbiamo scelto e che talvolta rappresentano un ripiego rispetto ai sogni giovanili. Il lavoro può diventare una necessità priva di significato personale; i colleghi, anziché compagni di percorso, sono persone con cui competere. Il guadagno economico sembra allora l’unico fine condiviso.
Il proposito della nostra società, dove stiamo andando, con quali strategie e perché in quella direzione sono decisioni che vengono delegate ad autorità a noi distanti. Può darsi che i decisori abbiano una visione d’insieme, ma noi fatichiamo a capire il percorso e a sentirlo nostro. Senza conoscere gli obiettivi non è possibile condividerli.
La dicotomia tra ciò che facciamo e ciò in cui crediamo alimenta disorientamento, ansia e stress. Avere una visione comune, condividere obiettivi e modi per raggiungerli può restituire un senso al nostro impegno quotidiano e rafforzare il legame con gli altri, riconoscendoci in un cammino comune.
La città è una delle comunità in cui viviamo: riscoprire questa appartenenza può aiutarci a rivalutare gli intenti all’interno di essa e questo ci porterà a ripensare la società nel suo complesso.