Attualità
“Il senso comune”
"L'ansa" di Danilo D'Angelo
Di Danilo D’Angelo
Dopo più di trent’anni trascorsi nel silenzio di un bosco il ritorno in città ha buone probabilità di essere traumatico. Rumore, traffico, inquinamento e limiti della convivenza urbana possono risultare fastidiosi.
Ciò che mi ha permesso di non impazzire dopo il terzo giorno è stato accettare preventivamente tutti i fastidi che ne sarebbero derivati. Un detto recita: “Se hai il rimedio, perché ti lamenti? Se non hai il rimedio, perché ti lamenti?”
Ma tornare in città consente anche di riscoprire un aspetto spesso trascurato, qualcosa che, come ho potuto constatare, il cittadino tipo non coglie perché troppo coinvolto dalla vita di tutti i giorni: il senso di comunità. Vivere in un Comune significa soprattutto vivere in comune. Considerazione banale, logica, ovvia, tanto ovvia che la diamo per scontata. Ma viviamo questo senso di comunità, ne siamo realmente partecipi? Ogni cittadino contribuisce a formare la città, così come ogni componente dà vita alla famiglia.
La comunità si estende dalla famiglia alle amicizie, dal luogo di lavoro al condominio. Condominium, condividere, non significa soltanto avere in comune una proprietà fisica, ma anche rendere disponibili esperienze, capacità, desideri e vocazioni. Partecipare alla vita sociale permette alle persone di sentirsi membri attivi della comunità e di contribuire a rendere il luogo in cui vivono più bello, funzionale e capace di garantire una migliore qualità della vita.
Ma il sistema sociale fondato sulla delega di responsabilità ha progressivamente indebolito la percezione e l’importanza del ruolo individuale e la partecipazione alla vita sociale della città si è ridotta all’apporre una crocetta su di una scheda ogni cinque anni. Eleggere qualcuno perché decida al posto nostro se dal punto di vista organizzativo del corpo sociale è un’ottima soluzione, può farci sentire esclusi dai processi decisionali. Quando si afferma che la politica è distante dalla vita reale si dimentica che anche i cittadini si sono allontanati dalla politica, rinunciando a controllare e valutare l’operato dei propri rappresentanti e a orientarne le decisioni. Nel suo significato originario, la politica riguarda infatti la vita della città e coinvolge direttamente tutti i suoi abitanti.
La vita urbana rende visibili problemi e opportunità: disservizi, incuria, negozi che chiudono e comportamenti arroganti convivono con iniziative culturali, tutela del patrimonio artistico, crescita delle aree verdi e innovazione dei servizi. Quando qualcosa non funziona, limitarsi a criticare non basta. È possibile proporre buone pratiche, formare comitati, partecipare ai Consigli comunali, organizzare convegni, dibattiti, indire manifestazioni pacifiche e richiamare l’attenzione degli organi d’informazione sui problemi e sulle possibili soluzioni.
Occorre quindi risvegliare il senso di appartenenza e sentirsi parte di qualcosa di più vasto. Le città sono il risultato dell’impegno di generazioni che hanno lavorato la terra, eretto edifici anche di notevole pregio, costruito canali, ospedali e infrastrutture, sviluppando cultura, arte, conoscenza e consapevolezza del proprio territorio. Ciò che oggi appare scontato deriva dal loro contributo ed è nostra responsabilità custodirlo e renderlo fruibile per le generazioni che verranno.
La nostra evoluzione materiale e spirituale non ha un punto d’arrivo e origina in ognuno di noi. Agire e modificare il proprio comportamento è il primo passo per contribuire al cambiamento della comunità e, di conseguenza, del mondo.