Attualità
“Una prima ansa”
"L'ansa" di Danilo D'Angelo
Di Danilo D’Angelo
Permettete che mi presenti.
L’acqua del fiume, dopo aver percorso le ripide discese dai monti, aver affrontato gli alti balzi delle cascate, essersi arrotolata sui ciotoli del proprio alveo, a volte forma un’ampia curva sottraendosi alla potente corrente che la trascina impetuosa verso il mare. Un’ansa dove calmarsi, rallentare e capita non di rado che curvi tanto da procedere nel senso opposto.
Questo, similmente, vuol essere uno spazio di calma, di tranquillità nel quale potremmo avere la possibilità di riflettere su eventi e condizioni dell’essere umano dei quali a volte, trascinati dalla corrente della vita, attenti a non sbattere contro i vari ostacoli che la stessa ci pone innanzi, non abbiamo contezza.
Forse, per continuare la similitudine con il fiume, in qualche caso smuoveremo le placide acque per far emergere sedimentazioni di cui non ricordavamo nemmeno l’esistenza, ma lo faremo con estrema dolcezza e ricordandoci sempre il fine ultimo di ogni attività umana e di tutto il creato: l’evoluzione.
Evolversi non tanto e non solo materialmente: quanto cosiddetto progresso abbiamo ottenuto negli ultimi decenni, quante nuove scoperte sul piano scientifico e tecnologico siamo stati in grado di raggiungere, di quanto abbiamo reso più semplice e confortevole la nostra sopravvivenza in questo mondo! Opere dell’ingegno umano di cui, sicuramente, possiamo andare fieri.
Ma siamo stati altrettanto solerti nel comprendere le necessità e i bisogni del nostro prossimo, nell’appianare le disuguaglianze sociali, nel rendere più confortevole non solo la nostra esistenza, ma anche quella degli altri, nel costruire sì grandi palazzi e monumenti, ma anche una società rispettosa delle differenze, altruista, umana?
Alcuni obietteranno che non è né nelle corde né compito del singolo perseguire tali obiettivi. E con quali argomentazioni sostengono un simile pensiero? Che una persona da sola non può fare molto; che disuguaglianze e ingiustizie sono parte della natura umana; che tanto non cambierà mai nulla; che ci hanno provato in molti, ma siamo sempre allo stesso punto.
Forse, anzi, sicuramente. Ma non è per accettare passivamente ciò che pensiamo d’essere che siamo qui. Se così fosse non avremmo raggiunto quelle conoscenze materiali di cui parlavamo in precedenza.
C’è un certo malinteso su cosa sia l’accettazione di sé. Di solito la sventoliamo quando il suo opposto, e cioè il cambiamento, lo percepiamo come troppo difficile da ottenere: “Sono così, non posso farci niente. A quest’età ormai non cambio più”. Ma questo non è accettarsi, è sopportarsi, è giustificarsi. Non trovate strano che tutti gli sforzi che come specie abbiamo profuso in questi millenni che ci hanno visto protagonisti su questo pianeta, sforzi che ci hanno portato a debellare malattie, a vivere più a lungo, a poter usufruire di comodità che solo pochi anni fa erano addirittura impensabili, tutti questi sacrifici, questo impegno costante per ottenere indubbi benefici dal mondo esterno, materiale non siamo disposti a rivolgerli all’interno di noi stessi?
Sono sicuro che possiamo fare molto di più per far sì che le generazioni future abbiano a disposizione un terreno fertile nel quale germogliare. E credo di poter dire che per raggiungere questa fase dell’evoluzione umana e personale non sia nemmeno necessario uno sforzo, almeno non come lo intendiamo solitamente.
Potrebbe bastare lasciarci portare dalla dolce corrente presente nell’ansa del fiume.