“Il senso di una via”

di Alessandro Repossi

"L'ansa" di Danilo D'Angelo

Di Danilo D’Angelo

Quando ero studente, finire i compiti mi faceva sentire a posto con me stesso e con gli altri. Sono stato educato secondo il motto “prima il dovere e poi il piacere”: naturalmente desideravo correre in cortile con gli amici, ma aver prima compiuto il mio dovere mi dava soddisfazione.

Ho continuato a provare questa sensazione anche dopo gli studi, quando concludevo la giornata lavorativa raggiungendo gli obiettivi prefissati. Fare il proprio dovere e sentirsi parte di un percorso condiviso ci fa sentire in pace con la coscienza e con gli altri. Seguire la legalità e non “sporcare” la fedina penale ci gratifica: ci percepiamo tra i buoni, tra coloro che rispettano le regole.

Questo appagamento sostiene la convivenza civile. Ma è autentico? Se osservassimo più a fondo noi stessi, forse scopriremmo che non ci soddisfa tanto rispettare la legge, quanto l’appartenenza a un gruppo.

Forse, più che per convinzione, potrebbe essere l’a volte inconsapevole adeguarci al “così fan tutti” che non ci fa sentire disadattati, salmoni che nuotano controcorrente. Seguire una via già tracciata è più facile che aprirne una personale, capace di suscitare domande scomode.

“Senza regole sarebbe il caos, l’anarchia!”, diranno alcuni. Forse sì o forse no. Il buonsenso individuale può divergere, ma unito a un consapevole rigore interiore, etico e civile, potrebbe bastare a rendere serena la convivenza. Non voglio etichettare questa idea con parole di seconda mano né sostenere l’assenza di ordine o di strutture. Voglio credere, invece, che l’essere umano sappia discernere ciò che giova alla comunità da ciò che la danneggia e riconoscere quando il proprio agire entra in conflitto con l’interesse comune. Chi rifiuta questo sentire è spesso colui che elude le norme esistenti.

Mi permetto di farvi notare la distinzione tra legalità e giustizia. La legalità deriva dalle convenzioni stabilite dall’ordinamento politico e giuridico, quindi cambia nel tempo: fino al 1946, per esempio, le donne italiane non potevano votare e il divorzio è diventato legale nel 1970. La giustizia, invece, non coincide necessariamente con la legge. Un criminale può restare libero per un cavillo, un vuoto legislativo o la mancanza di testimoni: ciò può essere legale, ma non per questo giusto.

E, comunque, di quante altre leggi abbiamo bisogno? In Italia esistono circa 160 mila norme: poco più di 71 mila nazionali e 89 mila regionali o locali. Sono oltre dieci volte le 15.500 complessive di Francia, Germania e Regno Unito messe insieme. Questa abbuffata legislativa mostra che la convivenza sociale non passa soltanto dalla legge: le norme vengono comunque infrante e, più regolamentiamo ogni aspetto della vita, più restiamo impigliati in una bulimia normativa. Non possiamo pensare che Paesi con molte meno leggi siano per questo popolati da criminali.

Facciamo allora un passo indietro. Lasciamo per un momento le convinzioni, liberiamoci dal conosciuto e ascoltiamo ciò che sentiamo come vero. Siamo capaci di imprese straordinarie, come dimostrano le conquiste scientifiche e tecnologiche; eppure, sembriamo dubitare della nostra capacità di rielaborare il modo in cui viviamo insieme. Potremmo costruire una società diversa se imparassimo a esercitare responsabilmente il buonsenso, se ascoltassimo con maggiore attenzione la coscienza e il cuore invece che le consuetudini o i cosiddetti maestri. Per riuscirci dobbiamo avvertire il bisogno di un cambiamento radicale del nostro essere: l’unica rivoluzione possibile.