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Festival “Pavia Internazionale”: l’intervista ad Alessandro Ferrari
Innovazione, sostenibilità e nuove generazioni: sono alcune delle grandi sfide al centro della seconda edizione di “Pavia Internazionale”, il Festival promosso dalla Consulta Giovani di Pavia, che venerdì 16 e sabato 17 ottobre animerà il Cortile Teresiano dell’Università. Il filo conduttore è “Il coraggio di andare oltre”, un invito a confrontarsi con i cambiamenti del nostro tempo. Alessandro Ferrari è Fondatore e CEO di ARGO Vision, azienda specializzata in intelligenza artificiale ed è uno degli ospiti del Festival Pavia Internazionale. Ecco come ha risposto alle nostre domande.
L’intelligenza artificiale sta entrando sempre più rapidamente nella nostra quotidianità, spesso senza che ne comprendiamo pienamente le potenzialità e i rischi. Qual è, a suo giudizio, il cambiamento più importante che ci attende nei prossimi anni? E siamo davvero preparati ad affrontarlo?
“Sono convinto che nel medio-lungo periodo l’intelligenza artificiale porterà benefici straordinari alla società, alla produttività e alla qualità della nostra vita. Su questo sono decisamente ottimista. Il problema, però, è come arriveremo a quel futuro. Nel breve periodo ci attendono sfide estremamente complesse, soprattutto sul fronte occupazionale. La velocità con cui l’AI viene adottata dalle aziende, unita alla profondità della trasformazione che impone al mondo del lavoro, rischia di generare squilibri economici e sociali molto difficili da gestire. Non è la prima rivoluzione tecnologica che affrontiamo, ma questa ha una caratteristica particolare: sta trasformando contemporaneamente un numero enorme di professioni, comprese quelle intellettuali, a una velocità che le nostre istituzioni e i nostri sistemi formativi faticano a sostenere.
C’è poi un aspetto di cui, a mio avviso, si parla ancora troppo poco. Molte aziende stanno raccontando l’adozione dell’AI come una grande opportunità di efficientamento e innovazione. In diversi casi sarà certamente così. In altri, però, temo che l’intelligenza artificiale diventerà soprattutto una straordinaria giustificazione per ridurre gli organici, bloccare le assunzioni e comprimere il costo del lavoro. A pagarne il prezzo rischiano di essere soprattutto i giovani, che potrebbero trovare sempre meno opportunità di ingresso nel mercato del lavoro proprio in quelle mansioni attraverso cui, storicamente, si costruivano esperienza e competenze. E qui emerge un paradosso: se smettiamo di assumere e formare i giovani perché l’AI può svolgere i compiti più semplici, chi diventerà il professionista esperto di domani? Non credo che la soluzione sia rallentare il progresso tecnologico, né tantomeno ostacolarlo. Sarebbe come fermare il mare con le mani. Dobbiamo però comprendere che la velocità dell’innovazione tecnologica e quella dell’adattamento sociale non coincidono necessariamente. Serviranno investimenti importanti nella formazione, nuovi modelli organizzativi e, soprattutto, una classe dirigente capace di guardare oltre il risultato economico del prossimo trimestre. La vera sfida non sarà sviluppare un’intelligenza artificiale sempre più potente (noi come Europa, al momento, siamo fuori da questa competizione), ma costruire una società capace di assorbirne le conseguenze senza lasciare indietro una o più generazioni. E alla domanda se siamo preparati, oggi risponderei: senza girarci intorno, no”.
Si discute molto di intelligenza artificiale e futuro del lavoro, tra il timore che le macchine possano sostituire le persone e la speranza che aprano nuove opportunità”. Quali competenze dovrebbero sviluppare oggi i giovani per non subire questa rivoluzione, ma diventarne protagonisti?
“Credo che la competenza più importante che i giovani debbano sviluppare sia la capacità di imparare, disimparare e reinventarsi continuamente. In un mondo in cui le tecnologie evolvono a una velocità straordinaria, il valore di un professionista non può più essere misurato soltanto sulla base degli strumenti che sa utilizzare, ma soprattutto sulla sua capacità di comprendere i problemi, formulare le domande giuste e individuare le soluzioni più appropriate.
C’è un equivoco che vedo spesso, anche nel mondo aziendale: confondere la formazione sull’intelligenza artificiale con l’addestramento all’utilizzo di qualche software. Le aziende chiedono frequentemente persone che sappiano utilizzare questo o quel tool, possibilmente già dal primo giorno. È comprensibile, perché cercano risultati immediati, ma è una visione miope. Gli strumenti cambiano nel giro di pochi mesi, mentre le competenze metodologiche rimangono e permettono di adattarsi a (si spera) qualunque evoluzione tecnologica.
È proprio l’approccio che cerco di trasmettere nel mio corso sull’intelligenza artificiale all’Università di Pavia, rivolto soprattutto a studenti che non hanno una formazione tecnica in senso stretto. Il mio obiettivo non è insegnare a utilizzare il software del momento, ma fornire un metodo per comprendere cosa sia realmente l’AI, come funzioni, quali problemi possa risolvere e, soprattutto, quali siano i suoi limiti. Perché chi comprende i principi di una tecnologia sarà sempre più attrezzato ad affrontarne l’evoluzione rispetto a chi ha semplicemente imparato a utilizzare un’interfaccia.
Accanto a questa alfabetizzazione tecnologica, ritengo fondamentali il pensiero critico, la creatività, la capacità di affrontare problemi complessi e, soprattutto, una solida preparazione nella propria disciplina. L’AI può amplificare enormemente le competenze di una persona, ma non può sostituire la necessità di costruirle. Anzi, più diventerà semplice produrre contenuti, codice e analisi attraverso l’intelligenza artificiale, più sarà importante saperne valutare la qualità, riconoscere gli errori e assumersi la responsabilità delle decisioni.
C’è infine un aspetto che considero fondamentale: non dobbiamo educare i giovani a competere con le macchine nello svolgimento delle attività che queste sanno già fare meglio. E’ una battaglia già persa in partenza. Dobbiamo invece insegnare loro a utilizzare l’AI per affrontare problemi che prima non avrebbero avuto gli strumenti o le risorse per risolvere.
Il rischio più grande è formare una generazione di eccellenti utilizzatori di strumenti che, tra qualche mese, potrebbe non esistere più, anziché una generazione di persone capaci di comprendere, governare e creare le tecnologie del futuro. La differenza tra subire questa rivoluzione e diventarne protagonisti, a mio avviso, si giocherà soprattutto qui.”
(Alessandro Ferrari, Founder & CEO ARGO Vision)
Il programma del Festival
Venerdì 16 ottobre, dalle 17.30, il programma prevede, oltre all’intervento di Piovan, gli incontri con Marianna Aprile sull’emancipazione femminile, Alessandro Ferrari sull’evoluzione dell’intelligenza artificiale e Lucia Goracci, che racconterà la propria esperienza di inviata di guerra. Sabato 17 ottobre spazio all’economia con Carlo Cottarelli, al confronto tra lavoro ed etica con Valentina Nappi, Debora Striani e altri ospiti, e alla testimonianza dell’atleta paralimpico Alessandro Carvani Minetti. Due giornate di dialogo e approfondimento, pensate soprattutto per avvicinare i giovani ai grandi interrogativi della contemporaneità.