Attualità
“Senza comunità nessun futuro”
La riflessione del Dott. Gustavo Cioppa, già Procuratore Capo della Repubblica di Pavia e Sottosegretario alla Presidenza di Regione Lombardia
Di Dott. Gustavo Cioppa, già Procuratore Capo della Repubblica di Pavia e Sottosegretario alla Presidenza di Regione Lombardia
Lo penso da sempre: da soli andiamo veloci, ma solo se uniti andiamo avanti.
Il tempo storico in cui viviamo, inutile negarlo, è caratterizzato da una forte frammentarietà. Il filosofo Heidegger, in un’intervista del secolo scorso al giornale tedesco “Der Spiegel” asseriva che l’essere umano contemporaneo è “inquietante”, perché dimentico della capacità di ragionare, ossia, riprendendo S. Tommaso D’Aquino, della capacità di discernere il bene dal male, accogliendo l’ermeneutica del primo e rifiutando quella del secondo. Non è in discussione la tematica del modello di Stato, ma del modello di società. Così, l’assunto smithiano della decisiva circostanza per la quale l’individualismo si rivela scelta perdente (la teoria della c.d. “mano invisibile”), è assunto vero e condivisibile non solo con lo specifico modello liberale e liberista con cui Smith si trovava a confrontarsi, ma, più in generale, si tratta di assunto predicabile in relazione a un tipo di società, quella contemporanea, caratterizzata da un marcato individualismo. Siamo di fronte a una società che, pur trattando sul piano della discussione normativa dei temi della giustizia sociale ed economica, è incapace di “sentirli” davvero. Ci si può allora chiedere…ma…l’articolo 2 della Costituzione, norma fondamentale sulla solidarietà umana, è destinato a rimanere lettera morta? Nella prospettiva individualistica, oltretutto, non solo l’articolo 2 della Costituzione, ma tutte le norme costituzionali, risulterebbero incomprensibili: si pensi all’articolo 4, sul diritto e dovere al lavoro, norma scritta nella prospettiva di una doverosa partecipazione del singolo al bene e al progresso comune. Si pensi, ancora, all’articolo 54, sul dovere di rispetto, onore e osservanza delle leggi e della Costituzione, nonché sul dovere di fedeltà verso le Istituzioni. E ancora, si pensi alla norma, l’articolo 97, sul doveroso perseguimento dell’interesse pubblico, norma incomprensibile nella prospettiva del perseguimento dell’interesse individuale. Il sentimento di solidarietà è dunque, appunto, un sentimento e non solo un’idea astratta. Solo in questa seconda prospettiva, infatti, ma non nella prima, se ne potrebbe predicare la morte, al pari della “morte di Dio” (Nietzsche). Piuttosto è vero proprio il contrario: che le norme giuridiche hanno valore e cogenza solo se vissute e inverate dalla comunità, al pari di come l’etica è scienza pratica per antonomasia, perché può essere compresa solo se vissuta e posta in essere. In tal senso, sta a noi, singoli e associati, far rivivere il sentimento di solidarietà, quel sentimento che era così naturale nelle poleis greche, le quali non erano mero recinto cittadino, ma, in primo luogo, spazio sociale e di condivisione di valori. La medesima solidarietà, il medesimo coraggio, era altresi espresso nel modo in cui la falange oplitica era resa impenetrabile: attraverso la fiducia indelebile tra i cittadini, che si facevano scudo gli uni con gli altri. Sta dunque a noi riscoprire e tornare a far vivere questa fiducia, questa solidarietà e, in definitiva, questo senso di umanità. Una comunità forte si costruisce con i piccoli gesti quotidiani. Iniziamo da noi: aiutarsi, rispettarsi, partecipare. È così che le regole diventano vita. E che i singoli si uniscono in comunità.