Attualità
“La morale cristiana, morale universale”
La riflessione del Dott. Gustavo Cioppa, già Procuratore Capo della Repubblica di Pavia e Sottosegretario alla Presidenza di Regione Lombardia
Di Dott. Gustavo Cioppa, già Procuratore Capo della Repubblica di Pavia e Sottosegretario alla Presidenza di Regione Lombardia
In un mondo dove domina la violenza, dove la violazione di fondamentali norme di comportamento sembra divenuta la regola e ove il senso etico sembra essersi perso, c’è ancora una speranza, un’ultima battaglia che deve essere combattuta, per riprendere una celebre frase cinematografica: la lotta per la difesa degli innocenti, per la tutela dei valori della famiglia, dell’infanzia, dei bambini, di chi non ha nessuno, di chi soffre, per solitudine o per malattia. In un mondo di valori, di solidarietà, di altruismo, che va oltre il “credo” e la fede in senso stretto, che va oltre l’adesione a una corrente di pensiero, dunque, ma, viceversa, che si traduce nella riconduzione a una morale universale, deve essere riscoperta una verità, una fonte di salvezza, quella di cui i valori della cristianità si fanno portavoce. Credere, in concreto, non significa solamente pregare, ma è molto di più: è la capacità di “esserci per il prossimo”, di costituire dei valori, dei valori umani, morali e sostanziali, che vadano oltre alla forma. “Credere”, dunque, equivale a sperare con coraggio, impegno e ragione in qualcosa. Non solamente “credere” in senso cristiano o secondo una determinata confessione religiosa. È interessante notare che già prima della venuta di Cristo vi erano degli autori, come Seneca e Cicerone, che si rifacevano a principi intrinsecamente cristiani, delineando così una forma di umanesimo laico, di “esserci per il prossimo”, di saper costituire dei punti di riferimento. Il valore della solidarietà, dunque, quel “saperci essere per gli altri” di cristiana matrice, non si esaurisce nel significato confessionale stesso in senso stretto, ma va a ricomprendere una categoria valoriale universale, appunto l’umanità, intesa come capacità di “esserci per il prossimo”, che permea di sé la vita particolare e quella generale, la vita della storia, di quello che Hegel definì come “Spirito Assoluto”, ossia quell’anelito di valore e di virtù che accomuna e può e deve accomunare tutti gli esseri umani, per il positivo miglioramento del mondo in cui viviamo. Solo attraverso questa consapevolezza, di possedere in noi, in “potenza” e in “atto” (Aristotele) i valori di umanità e solidarietà propri del cristianesimo, possiamo partecipare all’effettivo progresso dell’umanità, esso non solo tecnico e scientifico, ma, in primo luogo, umano e morale. Essere credenti in concreto non significato dunque solo comportarsi come credenti nelle occasioni di celebrazione liturgica, ma, in primo luogo, credere davvero, credere che possa davvero porsi in essere un positivo miglioramento morale della società civile. Solo “credendo” in tal senso, è possibile tradurre l’idea in fatto e così fare in modo che l’ideale si traduca in reale (Hegel) e che la nottola di Minerva, simbolo della filosofia, venga di nuovo a costellare il mondo, un mondo che necessita di amore, di speranza e di misericordia. “Compiere azioni misericordiose” diventa allora un centrale imperativo categorico, che va a riempire di significato le nostre vite e quelle altrui. C’è dunque un amore, un amore che, per riprendere Dante, “muove il sole e le altre stelle”, che deve essere riscoperto e rinnovato, affinché un’araba fenice immortale possa tornare a regnare sulla comunità, la fenice immortale dell’amore, del rispetto e della solidarietà, in uno, dell’umanità, intesa come capacità di preoccuparsi per il prossimo in modo assolutamente disinteressato.