Attualità
“Esiste davvero la giustizia?”
La riflessione del Dott. Gustavo Cioppa, già Procuratore Capo della Repubblica di Pavia e Sottosegretario alla Presidenza di Regione Lombardia
Di Dott. Gustavo Cioppa, Magistrato, già Procuratore Capo della Repubblica di Pavia e Sottosegretario alla Presidenza di Regione Lombardia
La domanda in apertura sembra scontata, ma non lo è: si può davvero predicare l’attributo della giustizia rispetto alla vita e al mondo delle cose fisiche? Da un punto di vista strettamente naturalistico, il latino Lucrezio, nel “De rerum natura” dubitava dell’assunto, ponendo in manifesta evidenza come la natura non sia stata equa nei confronti degli esseri umani, poiché, mentre le belve feroci possiedono artigli e zanne per difendersi e procacciarsi cibo o folte pelliccie per sopportare i climi freddi, all’essere umano tutto ciò è stato negato. Nella letteratura, sin dal celebre “Prometeo incatenato” di Eschilo, sono tuttavia stati posti in risalto due tratti caratteriali e intellettivi dell’essere umano: il coraggio e la ragione, tale ultima intesa siccome intelligenza orientata al perseguimento del bene pubblico (S. Tommaso D’Aquino). Con coraggio e amore, solidarietà e in tal senso ragione, verso la propria comunità, l’essere umano (simboleggiato da Prometeo) ruba il fuoco agli dei. Il fuoco appunto, simbolo del coraggio (in greco “thumos”), ma anche dell’intelligenza che dal primo scaturisce, quella propria di Ulisse, ma anche quella teorica e speculativa, dalla quale si originarono i vari ordinamenti giuridici, economici e sociali (in greco “pshyke”). A seguito vuoi di questo furto del fuoco o della fine dell’era dell’oro (Esiodo), nella versione greca vuoi per la commissione del peccato originale, nella tesi cristiana, si è venuta a determinare in capo agli esseri umani una vita imperfetta, manchevole sempre di qualche cosa e ove può bene essere messa in discussione l’esistenza di una reale giustizia. Quanto all vita, infatti, si può riflettere su quanto essa possa essere ingiusta, perché non fornisce a persone che vorrebbero svolgere determinate mansioni quelle specifiche caratteristiche o perché non consente con determinate lauree, come quelle in filosofia o in lettere classiche, di consentire adeguati e numerosi sbocchi lavorativi. Certamente la vita è ingiusta inoltre nel momento in cui fa nascere una certa persona in condizioni particolarmente svantaggiate: quante possibilità ha infatti un bambino che nasce in Africa di diventare notaio? Perché i bambini che vivono a Gaza o in Ucraina o in altre parti del mondo dove c’è la guerra sono costretti ad atroci sofferenze, mentre i bimbi occidentali possono essere viziati con videogiochi e con le carte dei pokemon? Qui c’è una riflessione da fare: il denaro è male distribuito, come pure lo è il correlativo potere. Non è infatti giusto che persone di buon cuore la cui sola sfortuna è di nascere in paesi del terzo mondo e non a New York abbiano un destino già in parte segnato. Non è nemmeno giusto che una persona che nasce in contesti di socialità svantaggiata possa essere costretto per necessità a delinquere, per mancanza di denaro o per coatta adesione a un clan malavitoso – ricordo in particolare una volta in cui un figlio di un boss mafioso disse a un giudice che non avrebbe voluto delinquere, ma che è stato costretto a farlo per il contesto in cui viveva, mentre se fosse nato a Londra sarebbe potuto diventare un ottimo avvocato -. Con riferimento a tali situazioni, il Taine perentoreamente, in modo matematico e senza lasciare scampo, affermò che il destino di ciascuno di noi è determinato da tre elementi, ” le_ moment”, “le milieu” e “la race”. Questa affermazione però non solo è ingiusta, ma anche discriminatoria: è un arrendersi di fronte all’ingiustizia della vita, ingiustizia che si rivela tale anche in una distribuzione delle ricchezze non equa e spesso non meritocratica (A. Sen, L’idea di giustizia). Di qui le figure “eroiche” della letteratura postmoderna, i ” self made man “, come il “Grande Gatsby”. Ci sono stati poi esempi eroici che hanno saputo sconfiggere l’ ingiustizia naturale: pensiamo a Leopardi, giovane dal grande talento e al tempo stesso sofferente sul piano fisico, nato in un paesino della provincia…che però conoscendo Mario Giordani è arrivato a Roma…pensiamo anche a Papa Francesco o, nel calcio, a Pele, persone che non solo sono riuscite a emergere da contesti di grande criticità, ma anche che hanno voluto aiutare chi ancora si trova in quelle situazioni di profonda ingiustizia. Pensiamo anche a Maria Teresa di Calcutta, a Papa Woytyla e ai loro messaggi comunicativi, come ad esempio quello di Woytyla, che va a parlare con chi, Ali Agca, aveva provato a ucciderlo, per capire da dove poteva derivare quell oscurità e perché taluni scelgano la via criminale. Di qui allora il compito di combattere l’ ingiustizia: il più bello e nobile compito della storia umana, come ricordano affermazioni celebri, come quella di Cicerone, secondo cui il retore (e più in generale ognuno di noi) deve in primo luogo essere una persona moralmente retta, o come quella, secoli dopo, di Alfieri, che vedeva come motivo di vita la lotta intellettuale contro la tirannide. Ancora, pensiamo a quanto Kant sosteneva, sul fatto che la norma giuridica non è solo quella a noi esterna, ma deriva in primo luogo da quella interiore, la “legge morale”. Il Novecento, purtroppo, si è distinto in negativo per un indebolimento di questa dialettica. Così, il pensiero debole, sintomatico di una fragilità morale, ontologica ed esistenziale, si fa bene sentire in un’affermazione di un celebre romanzo di Sartre, “L’essere e il nulla”, in cui il filosofo afferma che “non vi è poi molta differenza tra chi conduce popoli in guerra e chi si ubriaca in solitudine”. Questa affermazione, equivalente a una dichiarazione di sconfitta intellettuale e riproposizione del biblico “vanitas vanitatum”, non può certo essere accettata. E infatti, il Novecento, pur nel suo grigiore, si è caratterizzato per una grande voglia di rivincita sulla vita e sulle ingiustizie che spesso sperimentiamo nel corso della medesima. Proprio in tal senso devono leggersi la “social catena” leopardiana (La Ginestra) e lo stesso combattivismo di pensatori come Feurbach e Nietzsche, decisi a non accettare le sofferenze e le ingiustizie che la vita ci cagiona. Ma qui sta il segno profondo di questa lotta, collettiva e individuale, che non va combattuta con violenza o rancore, ma con amore (il Vangelo), con solidarietà (art. 2 Cost.), con equilibrio (il buddhismo), con saggezza (Socrate) e sapienza (Aristotele), unitamente al coraggio, solo elemento capace di farci superare le nostre paure e di consentirci di metterci realmente al servizio della comunità, come ci insegna l’esempio magistrale ed eroico dei Magistrati Falcone e Borsellino.