Attualità
“Il Vangelo dalla finestra” di domenica 27 settembre
Il commento di don Michele Mosa. "Prima di voi"
Di Don Michele Mosa
Il convegno si intitolava “Nessuno si salva da solo”.
Sul palco del teatro comunale sedevano il sindaco, il vescovo, una psicologa, il presidente degli imprenditori e la responsabile di una fondazione contro la tratta. In platea c’erano assessori, volontari, giornalisti e persone che, al momento giusto, sapevano dire parole come dignità, accoglienza, rete.
Fuori pioveva.
Nadia aspettava sotto la pensilina dell’autobus, con il cappuccio tirato sulla testa e una borsa troppo leggera per contenere qualcosa di importante. Ogni tanto una macchina rallentava. Lei si avvicinava al finestrino, scambiava poche parole, poi saliva oppure tornava sotto la pensilina.
Lavorava lì da sette anni. Quasi tutti in città la conoscevano senza conoscerla. Qualcuno abbassava gli occhi. Qualcuno sorrideva troppo. Qualcuno, la domenica mattina, la incrociava tornando dalla Messa e cambiava marciapiede.
Quando il convegno finì, il pubblico uscì lentamente. Sotto i portici si formavano piccoli gruppi. Si commentavano gli interventi, si scambiavano numeri di telefono, si promettevano tavoli di lavoro.
Fu allora che una ragazza sbucò dal parcheggio.
Correva scalza. Aveva un taglio sul labbro e una giacca da uomo stretta intorno al corpo. Dietro di lei arrivò un’auto scura, frenò, ripartì. La ragazza cadde vicino all’ingresso del teatro.
Alcuni si fermarono. Un assessore chiamò la polizia. Una volontaria cercò nella borsa il numero del centro antiviolenza. Il presidente della fondazione disse che non bisognava agire in modo improvvisato: servivano persone preparate. Il vescovo era già salito in macchina.
Nessuno aveva torto.
Nadia attraversò la strada.
Si tolse il cappotto e lo mise sulle spalle della ragazza. Le parlò in una lingua che gli altri non capivano. La ragazza prima si ritrasse, poi le afferrò un polso e non lo lasciò più.
L’ambulanza tardava. Nadia fermò un taxi, ma l’autista, vedendo il sangue sul sedile, si rifiutò di prenderle. Allora chiamò un cliente che le doveva un favore.
“Portaci al pronto soccorso”.
L’uomo protestò. Lei aprì la portiera e fece salire la ragazza.
In ospedale le chiesero chi fosse.
Nadia guardò la giovane, rannicchiata sulla sedia di plastica.
“Mia sorella”.
Non era vero. Ma era la prima cosa vera accaduta quella sera.
Rimase con lei fino al mattino. Le comprò un caffè che non bevve, trovò un caricabatterie, telefonò a una donna che anni prima aveva aiutato anche lei. Poi tornò a casa, dormì tre ore e la sera dopo era di nuovo sotto la pensilina.
Due mesi più tardi il Comune inaugurò una casa protetta. All’ingresso c’erano un nastro tricolore, le fotografie, i discorsi. Il sindaco ringraziò quanti avevano creduto nel progetto. Il presidente della fondazione parlò di una città capace di non lasciare indietro nessuno. Il vescovo benedisse la struttura.
Nadia non era stata invitata.
Entrò dal retro, insieme alla ragazza. Dovevano portare due sacchi di vestiti e una busta di medicinali. Un’operatrice indicò loro una stanza al primo piano.
Mentre davanti all’ingresso le autorità tagliavano il nastro, Nadia aprì la finestra. La ragazza appoggiò la borsa sul letto e rimase a guardare la strada.
Poi domandò:
“Posso chiudere la porta?”
Nadia annuì.
Quando gli altri cominciarono a entrare, loro erano già dentro.