Milano. Il respiro lungo dell’ombra: dalla mala di Turatello alle baby gang del nuovo millennio

di Alessandro Repossi

La riflessione del Dott. Gustavo Cioppa, già Procuratore Capo della Repubblica di Pavia e Sottosegretario alla Presidenza di Regione Lombardia

Di Dott. Gustavo Cioppa, Magistrato, già Procuratore Capo della Repubblica di Pavia e Sottosegretario alla Presidenza di Regione Lombardia

Milano non appartiene a se stessa, ma al mondo, perché non già mera “urbe”, ma espressione di valori intramontabili, che uniscono tradizione e innovazione, tenendo per caro un passato illustre e, al contempo, con uno sguardo rivolto al futuro e a grandi sfide, come l’intelligenza artificiale. Milano è una città senza patria, e proprio per questo più universale di ogni altra, al pari di come chi ama viaggiare non possiede alcuna patria, se non il mondo stesso. L’identità di Milano è un intreccio di luci e ombre, di costruzione e contraddizione, come se ogni atto di bellezza dovesse necessariamente generare la propria controparte oscura. Da secoli, il suo Duomo sembra ricordarlo con un silenzio assordante: il capolavoro non si compie mai, perché ogni perfezione è, in fondo, un inganno e, in fondo, le città hanno qualcosa delle persone e, al pari di queste, non sono né bianche né nere, ma chiaroscure. Tra le architetture del Duomo si respira la tensione permanente tra la grandezza e il rischio della caduta. Dai cortili dei Navigli alle guglie della Cattedrale, dalle sale di Brera ai riflessi del Quadrilatero della moda, la città si mostra al mondo come una sintesi dell’intelligenza italiana. Ma ogni capitale di creatività, dove si produce e si amministra ricchezza, attira con sé anche la sua negazione: la fame del potere illecito, l’appetito della violenza, la tentazione del dominio. Non è un’anomalia, ma una legge antica. Là dove si creano valore e influenza, nascono inevitabilmente le mire di chi vuole impadronirsene. È la stessa logica che, a ben vedere, trasforma ogni metropoli nella copia inquieta di se stessa. Negli anni Settanta e Ottanta, Milano fu laboratorio di tutto ciò. Erano tempi di crescita febbrile, di contrasti acuti, di una vitalità che traboccava persino nel disordine. La città era motore economico, capitale morale, luogo di convergenza di ogni ambizione nazionale. In quegli stessi anni, tuttavia, divenne anche il teatro di un’altra “epopea”, quella della “mala milanese”, che seppe costruire il proprio “mito” tra rapine, sparatorie e locali notturni. Francis Turatello, detto Faccia d’angelo, ne fu il simbolo. La sua figura, insieme spietata e raffinata, dominò per anni il sottobosco criminale della città. Proveniente da un mondo che univa l’astuzia del ladro d’altri tempi al cinismo del “gangster” moderno, Turatello incarnò il lato oscuro del miracolo economico: il bandito che comprende la logica del denaro e la usa contro il sistema che lo produce. La sua parabola si intrecciò con quella di Renato Vallanzasca, il “bel René”, personaggio che l’opinione pubblica rese, suo malgrado, quasi “romantico”. Dietro la leggenda dei rapinatori gentiluomini, tuttavia, c’era una verità più profonda: Milano era diventata il crocevia di un nuovo tipo di criminalità, che si nutriva di immagine, che cercava rispetto tanto quanto denaro, che trasformava la cronaca in spettacolo. La città viveva una metamorfosi silente: la violenza non era più confinata ai sobborghi, ma entrava nei salotti, si intrecciava con la finanza, con la politica, con le relazioni internazionali, siccome la mafia contemporanea si caratterizza proprio per questo: il voler penetrare con decisione e disinvoltura nelle attività economiche lecite. L’omicidio di Turatello nel 1981, avvenuto nel carcere di Nuoro per mano di affiliati della Banda della Magliana, segnò simbolicamente la fine di un’epoca. Da quel momento, la criminalità milanese cominciò a cambiare volto. L’epoca della “mala” spettacolare lasciò spazio all’entrata insidiosa delle organizzazioni mafiose tradizionali: ’Ndrangheta, Cosa Nostra, Camorra. Non più sparatorie in strada, ma strategie finanziarie, appalti, società di comodo, riciclaggio. Mentre il mondo dell’economia legale cercava di cavalcare il benessere degli anni Ottanta, quello illegale imparava a infiltrarsi nel cuore dei processi produttivi. Non fu un caso se proprio in quegli anni Milano divenne anche il fulcro delle grandi trame finanziarie che scossero l’Italia: Michele Sindona e Roberto Calvi, due banchieri legati a poteri occulti e reti massoniche, mostrarono al mondo il volto più ambiguo della città. I loro crolli, culminati in morti misteriose, non furono semplici tragedie individuali ma eventi simbolici. Dietro le loro vicende si muovevano forze che avevano fatto di Milano il crocevia dell’economia segreta del Paese: logge deviate, fondazioni, capitali neri, un sistema parallelo che faceva del profitto il suo solo credo. La città, che nel frattempo alimentava il mito della modernità, diventava anche il laboratorio del crimine finanziario, la frontiera dove il denaro e il potere si confondevano fino a non riconoscersi più. Poi, come in un contrappasso, arrivarono gli anni Novanta. “Tangentopoli” fu la resa dei conti di un’epoca intera. “Mani Pulite” non solo smascherò un sistema di corruzione diffusa, ma ne rivelò una verità più profonda: Milano non era soltanto vittima o carnefice, ma il cuore stesso del meccanismo. Molti vi ruotavano intorno e il suo nome divenne, nel bene e nel male, sinonimo di potere. La città reagì con la consueta energia, ma il prezzo fu alto: la fiducia nelle Istituzioni, nelle regole, nella linearità del merito, si incrinò. In quello stesso periodo la criminalità organizzata trovò nuovi spazi. La ’Ndrangheta, forte di una struttura familiare solida e discreta, seppe sfruttare l’instabilità per insinuarsi nei gangli dell’economia. Milano non fu più solo la città delle rapine, ma quella dei cantieri e dei capitali sporchi. L’edilizia, i trasporti, la ristorazione, la logistica: ogni settore divenne un possibile canale di riciclaggio. Le mafie impararono a comportarsi come imprese e, paradossalmente, a contribuire al sistema che avrebbero dovuto distruggere. Il crimine non era più visibile perché non aveva bisogno di esserlo. Si muoveva con discrezione, mimetizzato nella quotidianità. Con l’inizio del nuovo millennio, la città, eternamente cosmopolita, riprese in ogni caso la sua corsa verso il futuro. L’Expo 2015 rappresentò il culmine di una visione globale, un progetto di rinascita architettonica e culturale che ridisegnò i quartieri, elevò le torri e riscrisse la mappa simbolica della città. E pur tuttavia, ogni progresso produce, quasi per attrito, nuove marginalità. Le periferie, da Baggio a Quarto Oggiaro, da Corvetto a Gratosoglio, continuarono a rappresentare l’altra faccia del benessere. Zone dove la speranza ha smesso di crescere e dove la povertà non è solo materiale ma soprattutto relazionale. È in questi spazi che, lentamente, si è sviluppato il fenomeno delle “baby gang”: giovani e giovanissimi che non si sentono parte del tessuto civile, che cercano visibilità attraverso la violenza, che vivono il disordine come forma di espressione. Non si tratta, come spesso si semplifica, di ragazzi “senza valori”. Al contrario, essi incarnano un sistema di valori distorto, ma coerente, fondato sul rispetto guadagnato con la forza, sulla fratellanza interna e sulla sfida all’autorità. Le “baby gang” sono, in un certo senso, il prodotto culturale di un’epoca che ha smarrito la comunità. Dove la famiglia non riesce più a educare, la scuola non riesce più a trattenere e la società non offre riconoscimento, la banda diventa identità, linguaggio, famiglia alternativa. I loro atti di violenza sono gesti di visibilità. Nati nell’era dei social, “questi gruppi esistono davvero solo se qualcuno li guarda”. Le aggressioni vengono filmate, le risse messe in rete, le minacce pubblicate come trofei. È un teatro della crudeltà che cerca attenzione, un grido che chiede di essere ascoltato da un mondo che non sa più comunicare. Il Procuratore Generale Pier Luigi Dell’Osso, già anni fa, aveva colto la pericolosità del fenomeno paragonandolo alle “pandillas” latinoamericane: aggregazioni nate nei vuoti dello Stato, capaci di trasformare il disagio in appartenenza. Milano, città metropolitana per eccellenza, con le sue disuguaglianze e le sue zone d’ombra, offre il terreno ideale perché queste dinamiche si radichino. La risposta istituzionale, tuttavia, non può essere solo repressiva. La storia dimostra che la forza, da sola, non corregge il disagio ma lo amplifica. Il carcere minorile, quando non accompagnato da percorsi educativi e di reinserimento, diventa spesso una palestra di criminalità. Serve una cultura della prevenzione diffusa, una visione che metta insieme scuola, lavoro, sport e formazione civica. È necessario restituire ai giovani la percezione di un futuro possibile, perché dove non c’è prospettiva, la legge perde significato. In questo senso, la giustizia riparativa rappresenta un orizzonte etico e pragmatico: educare al senso della responsabilità, alla comprensione del danno, alla restituzione simbolica verso la comunità. Il male non si combatte solo con la punizione, ma con la conoscenza. E qui torna il senso profondo della città: Milano è da sempre laboratorio di cultura e di rigore, luogo dove la mente e l’etica hanno imparato a convivere. Il suo destino, oggi come ieri, dipende dalla capacità di riconoscere i propri limiti e di trasformarli in risorsa. Le “baby gang” non sono un corpo estraneo: sono il sintomo di un sistema che ha perso la capacità di includere. Martin Luther King scrisse che ciò che spaventa non è la violenza dei cattivi, ma l’indifferenza dei buoni. È una frase che sembra descrivere perfettamente il cuore della questione. L’indifferenza è la più pericolosa forma di complicità, perché cancella il senso della responsabilità collettiva. Milano, città che produce e amministra, rischia di diventare vittima della propria efficienza, se dimentica di ascoltare il rumore sommesso delle proprie periferie. Eppure, questa città, metropoli culturale ed economica, possiede una virtù rara: quella di rinascere dalle proprie ferite. Dopo ogni stagione di scandali, Milano ha sempre reagito, reinventandosi. Lo ha fatto con la cultura, con la legalità, con la sua capacità di progettare e di creare bellezza. La sua forza non è nella purezza, ma nella resilienza. È come il suo Duomo, che continua a costruirsi senza mai concludersi, consapevole che l’incompiutezza è la sola forma di eternità concessa all’uomo. Dalla mala di Turatello alle “baby gang” dei nostri giorni, la parabola è chiara: ogni epoca ha la propria forma di devianza, ma anche la propria occasione di riscatto. Il compito di Milano, oggi, è quello di non dimenticare questa lezione. Solo riconoscendo le proprie ombre potrà continuare a essere ciò che è sempre stata: una città che insegna al mondo come si può cadere, rialzarsi e ricominciare a costruire. Così, Milano fa ciò che le riesce meglio: assorbire ogni colpo, riorganizzarsi, tornare a mostrarsi. Lo fa con la consueta professionalità, con quella capacità tutta sua di attraversare le crisi senza mai fermarsi davvero, dopo essersi immersa fino in fondo nelle proprie contraddizioni. In questo senso, le Olimpiadi Invernali Milano–Cortina 2026 non sono soltanto un evento sportivo, ma un atto simbolico, aggregante e di portata universale, con un messaggio comunicativo estremamente importante: che lo sport può unire, sempre, anche in un’epoca storica dalle molteplici criticità. Ancora una volta la città si offre allo sguardo del mondo, pronta a esibire efficienza, modernità e visione, mentre sotto la superficie continuano a muoversi, silenziose, le sue linee di frattura. Gli occhi delle genti, delle Istituzioni, dei governi, dei cittadini di novantatré nazioni e persino dei dissidenti tornano a posarsi qui, su questa città che non smette mai di rappresentare se stessa e una certa idea d’Italia imprenditrice. Milano si conferma per ciò che è sempre stata: un luogo capace di entusiasmare, commuovere e inquietare allo stesso tempo, di promettere, e talvolta concedere, futuro mentre convive con le proprie complessità. Ed è proprio in questa tensione mai davvero risolta che risiede la sua vera identità e, perché no, anche la sua bellezza più autentica.