“Dall’Iraq e dalla Siria alla Giordania: il cristianesimo d’Oriente rischia un nuovo esodo?”

di Alessandro Repossi

"L’attacco contro una chiesa greco-ortodossa nella regione di Karak, in Giordania, durante una cerimonia funebre, solleva interrogativi inquietanti"

Di Vincent – Massoud Mohamed

L’attacco contro una chiesa greco-ortodossa nella regione di Karak, in Giordania, durante una cerimonia funebre, solleva interrogativi inquietanti: l’estremismo religioso sta tornando a minacciare la stabilità del Regno hashemita? E soprattutto, si sta tentando di compromettere la sicurezza delle comunità cristiane, spingendole verso l’emigrazione, come già accaduto in Iraq e Siria?

I cristiani giordani non sono una minoranza estranea alla storia del Paese. La loro presenza risale ai primi secoli del cristianesimo, come testimoniano le antiche chiese di Madaba, il Monte Nebo e il sito del Battesimo di Gesù Cristo sul fiume Giordano. A Karak, Madaba e Salt, cristiani e musulmani condividono da secoli tradizioni, legami familiari e appartenenza nazionale. Colpire questa comunità significa minacciare una componente fondamentale dell’identità giordana.

L’estremismo jihadista non è sconosciuto alla Giordania. Abu Musab al-Zarqawi, fondatore di Al-Qaeda in Iraq, era giordano. Il Paese ha subito gli attentati di Amman nel 2005 e quelli di Karak nel 2016, rivendicati dall’ISIS. La vera questione, dunque, non è se l’estremismo possa penetrare nel Regno, ma se oggi esistano condizioni favorevoli alla sua riorganizzazione.

Il precedente iracheno rappresenta un monito. Dopo il 2003, attentati, sequestri e persecuzioni hanno progressivamente minato la sicurezza dei cristiani. Nel 2014, l’occupazione di Mosul e della Piana di Ninive da parte dell’ISIS ha provocato espulsioni, confische e un esodo drammatico. In Siria, le comunità cristiane della valle del Khabur e di Maaloula hanno conosciuto violenze, rapimenti e sfollamenti durante la guerra.

La lezione è evidente: lo sradicamento di una comunità non comincia necessariamente con un ordine di espulsione. Spesso inizia quando viene meno la certezza di poter vivere, pregare e crescere i propri figli in sicurezza.

Non esistono tuttavia prove sufficienti per affermare che l’attacco di Karak faccia parte di un piano organizzato per espellere i cristiani dalla Giordania. Confondere un rischio con una certezza significherebbe indebolire l’analisi.

La Giordania dispone di istituzioni stabili, di una solida tradizione di convivenza e di una monarchia hashemita impegnata nella tutela dei luoghi santi e del pluralismo religioso. Ma la sicurezza richiede anche il contrasto all’incitamento settario e alle ideologie che giustificano la violenza contro chi professa una fede diversa.

Il problema non riguarda soltanto i cristiani. Riguarda il futuro di un Paese che ha saputo preservare il proprio equilibrio mentre il Medio Oriente perdeva parte della sua storica diversità religiosa.

I cristiani giordani non sono ospiti da proteggere, ma cittadini e protagonisti della storia nazionale. La vera sfida è impedire che la paura realizzi ciò che secoli di trasformazioni non hanno cancellato: il loro radicamento nella terra in cui si trova il luogo del Battesimo di Cristo.