Attualità
“Test psicoattitudinali per i magistrati: si può misurare l’equilibrio di chi giudica?”
La riflessione del Dott. Gustavo Cioppa, già Procuratore Capo della Repubblica di Pavia e Sottosegretario alla Presidenza di Regione Lombardia
Di Dott. Gustavo Cioppa, già Procuratore Capo della Repubblica di Pavia e Sottosegretario alla Presidenza di Regione Lombardia
La domanda che dà il titolo a queste righe non è retorica. Si può davvero accertare, con un test o con un colloquio, se un giovane laureato possieda l’idoneità psicologica a esercitare la funzione di magistrato? Il quesito si è fatto attuale con la recente previsione, nel concorso per l’accesso alla magistratura, di prove volte a verificare l’idoneità psicoattitudinale degli aspiranti, previsione che ha suscitato forte contrarietà e preoccupazione. Giova precisare che la critica non è politica, ma tecnica e metodologica. Negli anni, l’accesso alla magistratura ha visto varie riforme: in origine la sufficienza della laurea, poi requisiti aggiuntivi, quali la scuola di specializzazione per le professioni legali, l’abilitazione forense o, in alternativa, il tirocinio ex art. 73 d.l. n. 69/2013. Si trattava, in ogni caso, di requisiti oggettivi e verificabili. La novità odierna pretende invece di scrutare non ciò che il candidato ha fatto, ma ciò che il candidato è. Ed è qui che sorge la difficoltà, poiché non esistono strumenti psicologici o psichiatrici capaci di prevedere scientificamente se una persona sarà idonea a esercitare la funzione di magistrato, la più alta dell’ordinamento, la quale conferisce la titolarità di un potere dello Stato all’interno di un organo terzo e imparziale. Le qualità necessarie a tale compito dipendono da elementi complessi, come ideali, motivazioni, passioni e interessi, che non possono essere ridotti a una griglia standardizzata e valutati oggettivamente mediante un test, ancorché condotto da esperti di sicura preparazione. Una simile analisi sarebbe del resto impossibile in radice, perché richiederebbe un’indagine “spirituale” sul singolo candidato, la quale, per assodato principio giurisprudenziale, è preclusa allo stesso giudicante nei confronti dell’imputato.
In mancanza di criteri scientifici attendibili, il giudizio degli esperti rischierebbe di fondarsi su impressioni intuitive, valutazioni empatiche e convinzioni personali, con un risultato opinabile e non sufficientemente motivato. Si ripropone così l’antico interrogativo del “quis custodiet ipsos custodes?”, poiché occorre chiedersi chi nominerebbe gli esaminatori e secondo quali criteri. In assenza di parametri oggettivi, gli esperti potrebbero essere condizionati dalle aspettative dell’autorità che li ha scelti, trasformando la valutazione psicologica in un possibile strumento di conformità politica o culturale. Non è un caso, dunque, che il CSM abbia optato per considerare questi test nella loro accezione meramente attitudinale e non clinica, e comunque non vincolante ai fini del superamento del concorso. Emergono così evidenti criticità, quali l’eccessiva complessità delle qualità da valutare, l’inadeguatezza delle griglie standardizzate, l’elevata soggettività degli esaminatori e il rischio di condizionamento nella loro nomina, oltre al possibile danno alla credibilità della psicologia, della psichiatria e della magistratura. Non si sostiene, sia chiaro, che ogni valutazione psicologica sia inutile: si contesta la pretesa di utilizzare test e colloqui come strumenti scientificamente attendibili per stabilire preventivamente chi possieda la specifica idoneità a diventare magistrato, selezione che sarebbe riduttiva, arbitraria e potenzialmente influenzabile.
Occorre allora distinguere l’errore, che si ha quando il magistrato trascura o travisa un elemento decisivo degli atti, dalla valutazione. Le diverse valutazioni non sono errori, ma sono fisiologiche, perché dipendono da fattori quali il carattere, l’educazione, le esperienze di vita, la concezione del mondo, la fede religiosa. I magistrati sono persone, non migliori delle altre. Perché l’attività sia corretta, deve innanzitutto essere garantita l’indipendenza da ogni altro potere; poi è il sistema, non il singolo, a dover tendere a valutazioni generalmente condivise, mediante l’obbligo di motivazione, sempre richiesta in sentenze e decisioni, il contraddittorio delle parti, la collegialità e il confronto in camera di consiglio, i diversi gradi di giudizio. Con tali accorgimenti, appare evidente come gran parte di ciò che si chiama errore sia, nella maggior parte dei casi, soltanto una diversa valutazione. Per essere magistrati è senza dubbio necessario essere equilibrati e ponderati, ma non è detto che simili qualità siano agevolmente ricavabili da un test, dovendo esse tradursi sul campo, con costanza e concretezza. La valutazione e l’interpretazione costituiscono momenti essenziali dell’iter giuridico, e sarebbe impraticabile pretendere giudizi privi di discrezionalità, ricadendosi altrimenti nella pretesa che la legge contenga in sé ogni possibile ipotesi, sul modello della legislazione di Federico II di Prussia, il che, chiaramente, non può essere. Il vero equilibrio del giudice non si misura in laboratorio: si costruisce con lo studio, con l’esperienza, con il confronto quotidiano con le carte e con le persone e, prima ancora, con quella capacità di autoriflessione e di autocritica che Socrate poneva a fondamento di ogni sapere, in quel “conosci te stesso” scolpito sul frontone del tempio di Delfi, che resta, ancora oggi, la più autentica garanzia di un giudizio giusto.