“Punire per non educare, il fallimento del carcere minorile”

di Alessandro Repossi

"La triste fotografia di questa situazione emerge da un'inchiesta sulle violenze subite dai giovani reclusi"

Di Pietro Montecamozzo (nella foto)

Siamo ancora convinti dell’efficacia del carcere minorile? Possiamo affermare che Cesare Beccaria vada fiero del carcere a lui dedicato? Alla luce dei dati sulla reclusione minorile non si può che rispondere negativamente. La triste fotografia di questa situazione emerge da un’inchiesta sulle violenze subite dai giovani reclusi, dalla crescita smisurata dei provvedimenti cautelari — che ha causato un sovraffollamento — e da una risposta penale sempre meno tesa alla rieducazione e sempre più orientata al ricorso agli psicofarmaci. Il carcere è sovraffollato perché i ragazzini sono più violenti oppure perché è cambiata la reazione del legislatore? La risposta è la seconda, come certifica l’ultimo rapporto di Antigone sulla violenza minorile, Io non ti credo più: i detenuti sono passati dai 381 di fine 2022 ai 572 di fine 2025. I reati contestati ai reclusi, e si tratta di reati soltanto contestati, poiché l’83% di loro è in custodia cautelare, sono per più della metà reati contro il patrimonio, per appena un quinto reati contro la persona, mentre cresce lo spaccio di lieve entità. Siamo sicuri che questa tendenza all’utilizzo della custodia cautelare non contrasti con la Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia, soprattutto con l’articolo 37, che impone il ricorso alla pena come extrema ratio e per il minor tempo possibile? Il decreto Caivano del settembre 2023 sicuramente non è stato ispirato al succitato principio, dato che ha abbassato da 9 a 6 anni la soglia oltre la quale scatta la custodia cautelare, spiegando quindi la situazione riportata da Antigone. A questa deriva si è aggiunto, il 24 febbraio 2026, il decreto-legge n. 23 sulla sicurezza pubblica, che ha modificato in peggio proprio le norme Caivano, estendendo l’ammonimento del questore ai minori dai 12 ai 14 anni per nuovi reati (lesioni, rissa, minaccia, violenza privata) e introducendo sanzioni pecuniarie ai genitori in caso di reiterazione. Antigone lo ha definito senza mezzi termini un “mero strumento giustificativo al potere punitivo”, che tratta i minorenni “esclusivamente come un problema di ordine pubblico”, cancellando ogni approccio educativo, sociale e preventivo. Peraltro, secondo Eurostat, la criminalità minorile italiana, pari a 363 reati ogni 100.000 abitanti, è poco sopra la metà della media europea, pari a 648 ogni 100.000: è evidente che non siamo di fronte a un’emergenza criminale che renda necessaria una più dura risposta punitiva da parte dello Stato. La causa della nascita del decreto è da ricercarsi in un automatismo che la criminologia conosce da tempo, ovvero quello di legiferare sull’onda mediatica di gravi, efferati e strumentalizzati delitti: è la logica del panico morale di Stanley Cohen. Questa situazione è sintomatica di una politica che non sradica i meccanismi che portano all’agire criminoso, ma mette in scena fermezza davanti a un’opinione pubblica spaventata, forse anche a causa della mediatizzazione del fenomeno. Che sia una nuova strategia della tensione? Ricordiamo peraltro importanti principi in materia, frutto di una tradizione umanistica: l’articolo 31, che impone di proteggere la gioventù, e l’articolo 27, che assegna alla pena la funzione rieducativa. Si tratta di principi che non sono rispettati al Beccaria, dove sempre più di ieri si verifica una neutralizzazione farmacologica: secondo l’associazione, le spese del Beccaria per l’acquisto di antidepressivi e tranquillanti sono aumentate del 110% negli ultimi due anni. Questa situazione segna la rinuncia che le istituzioni compiono nei confronti dei più giovani: ragazzi sedati nelle ore di scuola, nelle ore in cui potrebbero acculturarsi o imparare una professione. Le conseguenze di ciò sono conosciute: nel sistema penitenziario italiano la recidiva tocca il 68% e non a caso le stime comparative la collocano assai più in basso laddove la rieducazione è la prima opzione e il carcere l’ultima, come in Germania, al 40%, e in Norvegia, al 20%, pur con le riserve imposte dai diversi criteri di rilevazione adottati dagli ordinamenti nazionali. Michel Foucault, in Sorvegliare e punire, definiva l’attitudine del carcere a fabbricare delinquenti, e il dato italiano lo conferma, mostrandone insieme il rovescio: per i detenuti che lavorano, stabilmente inseriti in un percorso rieducativo, la recidiva crolla intorno al 2%, secondo il programma Recidiva Zero del CNEL d’intesa con il Ministero della Giustizia. La risposta, dunque, non sta dietro le sbarre, ma nemmeno nelle comunità così come sono oggi: sovraccariche e prive di corsi professionalizzanti. Occorrerebbe inserire questi ragazzi in un contesto lavorativo vero e retribuito, perché scoprano nel lavoro il valore della legalità, ma, soprattutto, il valore della dignità umana quotato in un contesto “vero” che spesso questi ragazzi non hanno mai conosciuto. Lo strumento, del resto, esiste già: la legge Smuraglia (legge 193/2000) riconosce a chi assume un detenuto un credito d’imposta fino a 520 euro al mese e uno sgravio contributivo del 95%, benefici che si protraggono fino a due anni dopo la scarcerazione. Il problema non è inventarlo, ma applicarlo: resta uno strumento poco sfruttato, e ancor meno per i più giovani. La posta in gioco, infatti, non è soltanto educativa, ma anche economica. La sola mancata offerta di lavoro ai detenuti, ha stimato il CNEL, sottrae al Paese fino a 480 milioni di PIL, ai quali si aggiunge, ogni volta, il costo della detenzione, che Antigone stima aggirarsi intorno ai 150 euro al giorno per detenuto. In Italia, con circa 62.000 detenuti, tale spesa si aggira intorno ai 3 miliardi, mentre il costo di una misura alternativa alla detenzione, ossia l’area penale esterna, si stima essere di 12 euro al giorno. È meglio strapagare per etichettare, secondo le note tesi di Becker e Goffman, o risparmiare rieducando? Abbandonare i percorsi di rieducazione è la scelta più miope: pagare oggi il prezzo della detenzione per ritrovarsi domani con un criminale adulto. Uno Stato che rinuncia a educare abdica al proprio ruolo essenziale, quello che Seneca enucleò nel De ira: «Nessun uomo saggio punisce perché si è peccato, ma perché non si pecchi più».