“Il Vangelo dalla finestra” di domenica 28 giugno

di Alessandro Repossi

Il commento di don MIchele Mosa: "Il pellegrino che non tornava mai"

Di Don Michele Mosa

C’era un uomo che camminava da anni. Non era un disperato, non era un mistico da copertina. Aveva una casa, una famiglia, amici che gli volevano bene. Eppure, prendeva lo zaino e partiva. Ogni volta.

All’inizio gli chiedevano dove andasse. «A cercare Dio», rispondeva. Con il tempo smisero di chiederlo. Cominciarono a dire, sottovoce, che stava sprecando la vita.

Lui sorrideva. E riprendeva il sentiero.

Un giorno, in una valle di montagna, incontrò un vecchio seduto accanto a una sorgente. Non c’era niente di straordinario in quell’uomo, solo uno sguardo fermo e un silenzio che pesava.

«Da quanto cammini?»

«Da tutta la vita».

«E cosa cerchi?»

«Dio».

Il vecchio non rispose subito. Lasciò passare qualche secondo. Poi domandò:

«E cosa hai lasciato dietro di te?»

Il pellegrino elencò: occasioni perdute, sicurezze, guadagni. Amicizie che non avevano retto all’inquietudine. Sua madre, che lo avrebbe voluto più vicino. Suo padre, che avrebbe preferito altro. Amici convinti che avesse sbagliato tutto.

Il vecchio ascoltava. Poi raccolse una pietra e la gettò nell’acqua.

«Guarda questa sorgente. Se trattenesse l’acqua per sé, diventerebbe una palude. La lascia partire; per questo rimane viva».

Camminarono insieme per un tratto. Al bivio, il vecchio si fermò.

«Sai cosa significa amare Dio più del padre, della madre, del figlio?»

Il pellegrino abbassò lo sguardo. Era il Vangelo – quello ascoltato decine di volte senza mai capirlo davvero. Quelle parole avevano sempre suonato come un’esagerazione, forse persino come una crudeltà.

«Non significa amare meno le persone», disse il vecchio. «Significa amarle senza possederle. Senza chiedere loro di essere il tuo dio».

Il vento attraversò gli alberi.

«E la croce?» domandò il pellegrino.

«La croce è il prezzo della libertà. Ogni volta che segui una chiamata autentica, qualcuno ti dirà che stai sbagliando strada. A volte perfino chi ti ama. Anzi soprattutto chi ti ama».

Poi il vecchio indicò il sentiero. «Vai».

«Ci rivedremo?»

«Ogni volta che offrirai un bicchiere d’acqua a qualcuno senza aspettarti nulla in cambio.»

Il pellegrino non capì. Riprese il cammino.

Molti anni dopo, ormai vecchio, ricordò quelle parole. Non in una chiesa. Non durante una grande preghiera silenziosa. Ma mentre porgeva una bottiglia d’acqua a un ragazzo stanco lungo il Cammino di Santiago.

In quell’istante gli tornò in mente il volto del vecchio.

E comprese, con quella chiarezza un po’ dolorosa che arriva solo tardi – che aveva cercato Dio nei posti sbagliati. Nelle montagne, nei santuari, nei deserti. Ma Dio gli era venuto incontro ogni volta che aveva smesso di trattenere qualcosa per sé. Ogni volta che aveva lasciato andare. Ogni volta che aveva accolto senza calcolare.

C’è qualcosa di profondamente scomodo in questa storia. Perché suggerisce che il problema non sia la fuga dal mondo, né il restare nel mondo. Il problema è il possesso, quella sottile ossessione con cui trasformiamo le persone che amiamo in certezze da custodire, in specchi del nostro bisogno.

Amare senza possedere è forse la cosa più difficile che esista. È anche, forse, l’unica forma d’amore che merita quel nome.

Il pellegrino aveva cercato Dio lontano da tutto. Lo aveva trovato dove meno se lo aspettava: nell’atto più piccolo e più gratuito che sapesse compiere.

Non si arriva a Dio allontanandosi dagli uomini.

Si arriva imparando, lentamente, a lasciarli liberi.