Attualità
Il “Vangelo dalla finestra” di domenica 31 maggio
Il commento di don Michele Mosa. “Quella porta aperta per noi”
Di Don Michele Mosa
Marco ha ventitré anni e non prega da quando ne aveva dodici. Ha smesso lentamente, come si smette di usare una cosa che non ti serve più. All’inizio c’erano state alcune domeniche saltate. Poi il catechismo dimenticato. Poi gli anni del liceo, gli amici, il telefono sempre acceso, le cose da fare, le cose da vedere. E Dio, piano piano, era diventato una stanza chiusa in fondo alla memoria. Non odiata. Semplicemente inutilizzata.
Lavora in un call center dalle nove alle sei. Risponde a persone nervose con una voce educata che non sente davvero sua. A fine giornata torna nel monolocale che divide con un altro ragazzo. Mangia davanti a uno schermo acceso. Serie tv, notifiche, video brevi che scorrono veloci uno dopo l’altro senza lasciargli addosso quasi niente.
Il sabato esce. La domenica dorme fino a tardi. Non è infelice.
È piatto. E c’è una differenza. Perché l’infelicità almeno ti ferisce. Ti obbliga a sentire qualcosa. La piattezza invece è più silenziosa. E subdola. Ti spegne lentamente, senza fare rumore.
Una notte non riesce a dormire. Scorre Instagram. Poi notizie. Poi altri video. Poi ancora Instagram. A un certo punto si ferma su una foto pubblicata da un vecchio compagno di liceo. Una chiesa di campagna. Vuota. Da una finestra entra la luce dell’alba. Nessuna frase motivazionale. Nessuna citazione spirituale. Nessuna didascalia. Marco passa oltre. Poi torna indietro. Riguarda quella foto. Non sa spiegarsi perché.
Il giorno dopo, tornando dal lavoro, passa davanti a una chiesa. La porta è aperta. Rallenta appena. Guarda dentro. Penombra. Candele accese. Il rumore ovattato della strada che resta fuori. L’odore della pietra vecchia e della cera consumata. Per qualche secondo resta fermo sul marciapiede. Poi via, verso casa. Tre settimane dopo entra.
È mercoledì mattina. Dentro ci sono poche persone. Una donna anziana immobile nelle prime panche. Un uomo con la giacca sgualcita inginocchiato a metà navata. Marco si siede nell’ultima panca, sul bordo, come chi è pronto ad alzarsi subito. Aspetta qualcosa. Non succede niente.
Nessuna emozione improvvisa. Nessuna voce. Nessuna pace mistica. Solo silenzio. Ed è proprio questo a spiazzarlo. Dopo dieci minuti si alza e se ne va. Però ci torna. Non con regolarità. Non per fede. Ogni tanto entra. Si siede. Sta zitto. Esce. Come se quel luogo custodisse qualcosa che lui non riesce ancora a nominare. Un giorno un sacerdote anziano lo vede e gli si avvicina lentamente. Marco si irrigidisce subito. Aspetta la domanda che teme. “Posso aiutarti?” “Vuoi confessarti?” “Cerchi qualcosa?”
Il sacerdote invece dice soltanto: Vuole un caffè? Marco lo guarda sorpreso: Come? C’è una macchinetta in sagrestia. Fa schifo, ma è caldo. Lo bevono in piedi, in un corridoio che sa di umido e libri vecchi. Il sacerdote parla poco. Del tetto che perde quando piove forte. Del freddo in inverno. Di una statua restaurata male da un artista troppo moderno. Nessuna domanda personale. Nessuna predica. Prima di uscire, quasi per difendersi, Marco dice: Comunque io non sono credente.
L’anziano annuisce tranquillo: Lo so. E allora perché continuo a venire qui? Il sacerdote rimane in silenzio qualche secondo, come se cercasse parole abbastanza semplici per non rovinare quel momento. Poi dice piano: Forse perché qualcuno continua ad aspettarla. Marco abbassa gli occhi.
Per un istante gli viene voglia di rispondere qualcosa. Una battuta. Una frase per alleggerire tutto. Ma non gli esce niente. Allora saluta ed esce. Fuori la città continua uguale a prima. Autobus. Clacson. Persone che camminano guardando il telefono. Vetrine illuminate. Eppure, quella frase gli resta dentro. Nessun controllo, nessun giudizio. Solo un’attesa ostinata e gratuita. Forse la fede comincia proprio così. Non quando si è sicuri e non quando si capisce tutto. Ma quando, nel mezzo di una vita diventata grigia, si sospetta per un istante che quella porta aperta sia lì per noi. Marco non sa ancora cosa risponderà. Ma continua ad entrare.
E la luce, dentro, rimane accesa.