“Il Vangelo dalla finestra” di domenica 26 aprile

di Alessandro Repossi

Il commento di don Michele Mosa. "Il portone"

Di don Michele Mosa

Il palazzo ha undici appartamenti e quarantatré residenti registrati. Il sistema li conosce tutti: nomi, volti, abitudini. Non c’è bisogno di chiedere chi entra o chi esce, perché ogni passaggio è già previsto, ogni movimento già interpretato.

Il portone è rimasto dov’era, al centro della facciata. Massiccio, lucido, perfetto. Ma non si apre più. Non perché sia rotto, ma perché non serve.

Ogni appartamento ha il suo accesso. Il garage riconosce le targhe, gli ascensori si attivano al passaggio, le porte si aprono quando il volto corrisponde. Si entra senza bussare, si sale senza incontrare, si rientra senza essere attesi. Tutto funziona. Tutto è sicuro.

La Rossetti del secondo piano non incontra nessuno da anni. Non ha deciso di isolarsi: semplicemente, non è più necessario esporsi. La spesa arriva in un vano refrigerato, le visite passano attraverso uno schermo, le assemblee si tengono online. Quando vota, il sistema registra. Quando parla, il sistema traduce in dati. La sua presenza è costante, verificabile, impeccabile. Eppure, nessuno saprebbe riconoscerla sulle scale.

Il Ferri del quinto piano, invece, non esiste nel sistema. Abitava lì da prima dell’aggiornamento e qualcosa, nel passaggio, è rimasto fuori. Il suo volto non è registrato, il suo nome non compare. Continua a entrare da una porta laterale, una di quelle aperture tecniche che non figurano nei progetti digitali. Il sistema rileva il movimento, ma non lo associa. Lo segnala, a volte. Poi smette. Ciò che non si integra viene semplicemente ignorato.

Luca abita al terzo piano. Il suo profilo è tra i più affidabili. Tutto torna: orari regolari, spostamenti coerenti, nessuna anomalia. Ogni tanto, però, esce ancora dal portone. Non è richiesto, non è efficiente, non migliora nulla. Eppure, lo fa.

All’inizio qualcuno lo notava. Un gesto inutile, quasi fuori luogo: fermarsi, guardare, accennare un saluto. Ma col tempo anche quello è diventato invisibile. Le porte non rallentano, gli ascensori non aspettano, gli sguardi non cercano più altri sguardi. La relazione è stata sostituita dalla correttezza del funzionamento.

Una notte di novembre il sistema registra un’anomalia. Un movimento non associato al piano secondo, una presenza che permane qualche minuto oltre il previsto. I dati vengono raccolti, classificati, analizzati. Non c’è bisogno di interpretare: l’algoritmo decide.

La mattina dopo la Rossetti apre una segnalazione. Non chiama nessuno, non scende a vedere. Scrive. Chiede un aggiornamento del sistema, un livello di sicurezza più alto. Il sistema risponde in modo preciso: rischio contenuto, nessuna azione necessaria.

Luca legge il report. Scorre le righe, riconosce l’orario, ricorda un rumore lontano. Per un attimo esita, come se qualcosa chiedesse di essere detto. Ma non c’è spazio per dirlo. Non c’è campo. Non c’è voce prevista. Chiude.

Dopo qualche mese arriva un aggiornamento. Automatico, come sempre. Il sistema migliora. L’anomalia scompare. Non perché sia stata compresa, semplicemente perché esclusa. Ciò che non è riconoscibile non viene più registrato.

Il palazzo continua a funzionare perfettamente. Ogni accesso è controllato, ogni presenza verificata. Nessuno entra senza essere visto. Nessuno esce senza lasciare traccia.

Eppure, qualcosa è venuto meno.

Il portone resta chiuso, immobile, come un segno inutile di un tempo precedente. Un luogo che non serve più attraversare. Una soglia che non introduce più a nulla.

Un tempo si passava di lì per entrare davvero. Non solo nello spazio, ma nella vita degli altri. Esporsi, essere visti, riconoscere e essere riconosciuti: era questo il prezzo minimo dell’abitare.

Ora tutto è garantito, tranne questo.

Perché si può essere registrati senza essere conosciuti, presenti senza essere riconosciuti, protetti senza essere in relazione.

E così accade che il palazzo sia pieno, e tuttavia vuoto.

Non mancano le persone.

Manca il passaggio.

Manca quella soglia in cui uno non è semplicemente ammesso, ma accolto.

E alla fine resta solo questo: che nessuno è più straniero, ma nessuno è più prossimo.

Perché dove non si attraversa più una porta, non si entra mai davvero nella vita di nessuno.