Attualità
L’omelia del Vescovo Corrado nella S.Messa, in Duomo a Pavia, in ricordo di Papa Francesco
"Papa Francesco è stato un ardente testimone di Cristo"
Carissimi fratelli e sorelle,
È passato un anno dall’inattesa dipartita da noi dell’amato Papa Francesco: all’indomani della domenica di Pasqua, che l’anno scorso cadeva il 20 aprile, nelle prime ore del Lunedì dell’Angelo, abbiamo ricevuto la notizia della morte del Santo Padre. Il giorno prima, era riuscito ancora a fare un giro in papamobile in piazza San Pietro, gremita di folla, per salutare i fedeli accorsi: non lo sapevamo, ma nel suo desiderio forte di essere lì, a contatto con la gente, si nascondeva il presentimento di un ultimo saluto al popolo di Dio e il Signore ha voluto e ha permesso che Francesco, dopo un tempo prolungato e sofferto di malattia, con vari ricoveri in ospedale, abbia concluso il suo servizio di pastore, potendo compiere un ultimo gesto di vicinanza, donando la sua benedizione Urbi et Orbi, “alla città e al mondo”, nella luce della speranza pasquale.
Nonostante avessimo percepito il progressivo deterioramento della salute del Papa, nessuno immaginava che ci avrebbe lasciato così, in modo improvviso: fino all’ultimo ha voluto spendersi come pastore della sua Chiesa, offrendo la sua vita al Signore.
Noi stasera siamo qui per esprimere una memoria grata e affettuosa di questo Papa «venuto dalla fine del mondo», come affermò la sera della sua elezione, il 13 marzo 2013, siamo qui per elevare una preghiera di suffragio, chiedendo al Padre di accogliere questo suo figlio nella comunità dei santi e di dare a lui il premio riservato ai servi buoni e fedeli.
Viviamo la nostra celebrazione nella grazia del tempo pasquale, nella luce della risurrezione di Cristo, fondamento incrollabile della nostra speranza, cuore della nostra fede e della nostra testimonianza di cristiani, di discepoli del Signore.
Nella prima lettura abbiamo ascoltato il racconto del martirio di Stefano, uno dei sette diaconi della Chiesa di Gerusalemme, il primo discepolo che ha versato il suo sangue per Gesù. È una testimonianza che egli ha reso con le parole, coraggiose e limpide, pronunciate davanti al sinedrio, con il suo volto trasfigurato nella contemplazione di Gesù risorto e glorificato alla destra di Dio, con il suo modo di vivere la morte, affidandosi al Signore e invocando il perdono per chi lo stava lapidando: così Stefano si è fatto davvero immagine viva del suo Signore crocifisso e risorto.
Questo è il vero testimone: un uomo tutto rivolto a Cristo, che fa trasparire nel suo modo di essere e di agire una piena immedesimazione con Gesù. Questo è stato Stefano e forse la sua capacità di perdonare i suoi uccisori è qualcosa che lentamente ha fatto breccia nel cuore di Saulo. Come ricorda San Luca, «i testimoni deposero i loro mantelli ai piedi di un giovane, chiamato Saulo» (At 7,58) e proprio il fariseo Saulo, di lì a poco, sarà trasformato nell’incontro con il Risorto in apostolo appassionato del Vangelo, mettendosi anche lui sulla via indicata dal martire Stefano.
Ora, carissimi fratelli e sorelle, anche Papa Francesco è stato un ardente testimone di Cristo, ha avuto un cuore di evangelizzatore e forse l’eredità più bella e preziosa del suo pontificato è l’esortazione apostolica e programmatica Evangelii gaudium «sull’annuncio del Vangelo nel mondo attuale»: non a caso, più volte, Leone XIV ha fatto riferimento a questo testo e lo considera ancora attuale per il cammino della Chiesa: anzi, probabilmente ciò che Francesco ha consegnato in quelle pagine attende ancora di essere pienamente valorizzato e attuato.
Fin dall’inizio dell’esortazione, il Papa venuto dall’Argentina, pastore di una Chiesa vicino alla vita della gente, ci ha parlato della «dolce gioia di evangelizzare» come la condivisione della gioia e della bellezza del Vangelo, vissuto nella comunità, nel cammino del «santo e fedele popolo di Dio».
Ci fa bene questa stasera riascoltare le parole iniziali di Evangelii gaudium, espressione viva del cuore di Francesco, pastore innamorato di Cristo, che ha sempre unito l’amore a Gesù all’amore per i poveri, alla condivisione dell’esistenza tribolata e ferita di tanta umanità: «La gioia del Vangelo riempie il cuore e la vita intera di coloro che si incontrano con Gesù. Coloro che si lasciano salvare da Lui sono liberati dal peccato, dalla tristezza, dal vuoto interiore, dall’isolamento. Con Gesù Cristo sempre nasce e rinasce la gioia. In questa Esortazione desidero indirizzarmi ai fedeli cristiani, per invitarli a una nuova tappa evangelizzatrice marcata da questa gioia e indicare vie per il cammino della Chiesa nei prossimi anni» (E.G. 1).
Come al centro della testimonianza di Stefano sta il Cristo risorto, Signore alla destra del Padre – «Ecco, contemplo i cieli aperti e il Figlio dell’uomo che sta alla destra di Dio» (At 7,56) – così al centro del pontificato di Francesco c’è la riproposta appassionata del kerygma, l’annuncio di Cristo morto e risorto, vivo e presente, incarnazione e rivelazione della misericordia sconfinata del Padre: Cristo Misericordiae vultus, volto della misericordia.
Tutta la vita della Chiesa, anche nelle sue strutture e articolazioni, dovrebbe servire la testimonianza resa a Cristo, nell’incontro con gli uomini e le donne del nostro tempo, con un desiderio di cordiale accoglienza e apertura anche di coloro che vivono in situazioni esistenziali complesse, confuse, perfino disordinate. Le riforme avviate da Francesco, la scoperta e la promozione della sinodalità, come forma autentica di essere Chiesa, la sua disponibilità a entrare in dialogo con chiunque, talvolta suscitando scandalo o perplessità in molti, tutto in lui nasceva da questa tensione inesausta a costruire relazioni, ad aprire nuove vie, a mettere in crisi certe prassi consolidate con un solo scopo: riconoscere Dio all’opera nella vita e nella storia degli uomini, lasciarsi sorprendere dall’azione libera dello Spirito, rendere possibile l’incontro della vita concreta delle persone con il Vangelo, con la persona viva di Gesù, con la misericordia del Padre.
In questo senso, Papa Francesco ci ha testimoniato una sana “inquietudine” nell’essere cristiano e nel suo ministero di pastore, un’inquietudine da coltivare in noi e nelle nostre comunità: «Se qualcosa deve santamente inquietarci e preoccupare la nostra coscienza è che tanti nostri fratelli vivono senza la forza, la luce e la consolazione dell’amicizia con Gesù Cristo, senza una comunità di fede che li accolga, senza un orizzonte di senso e di vita. Più della paura di sbagliare spero che ci muova la paura di rinchiuderci nelle strutture che ci danno una falsa protezione, nelle norme che ci trasformano in giudici implacabili, nelle abitudini in cui ci sentiamo tranquilli, mentre fuori c’è una moltitudine affamata e Gesù ci ripete senza sosta: «Voi stessi date loro da mangiare» (Mc 6,37)» (E.G. 49).
Infine, vorrei richiamare un ultimo aspetto che avvicina la testimonianza di Stefano e il ministero di Papa Francesco: il giovane diacono di Gerusalemme ha reso il Vangelo carne e vita in se stesso, tanto che ha vissuto il suo martirio come Gesù, è morto pregando e perdonando.
Anche in Papa Francesco, noi abbiamo visto un Vangelo che ha preso carne nella sua umanità, con i suoi limiti e le sue intemperanze, nei suoi gesti di tenerezza e di vicinanza: egli amava toccare la carne sofferente di Cristo nei poveri, nei malati, negli esclusi e negli scartati, nei carcerati, nei peccatori e in coloro che sono oggetto di stigma e di condanna. Ricordo che in una delle udienze del mercoledì, all’inizio del suo pontificato, a cui partecipavo con un gruppo di pellegrini della mia parrocchia, rimasi colpito come il Santo Padre dedicasse molto più tempo all’incontro con le persone, i malati, le coppie di sposi, che non alla lettura della sua catechesi e al saluto dei gruppi.
In lui si vedeva all’opera il metodo scelto dal Signore per farsi conoscere da noi uomini: il metodo dell’Incarnazione, della condivisione della vita, secondo quello stile di Dio che Francesco amava riassumere con tre parole: «vicinanza, compassione, tenerezza».
Il vero evangelizzatore è chi rivive lo stile di Gesù, non per una strategia, ma per una comunione di vita e di amicizia con lui, resa possibile dalla forza dello Spirito. Ecco perché il capitolo quinto di Evangelii gaudium porta come titolo «Evangelizzatori con Spirito» e contiene pagine bellissime che vale la pena riprendere in mano in questo tempo pasquale, che culmina nella festa di Pentecoste, quando con la discesa dello Spirito nasce da subito una «Chiesa in uscita».
Chiediamo allo Spirito di Cristo di renderci davvero «discepoli missionari», sulle orme di Papa Francesco, «evangelizzatori che annuncino la Buona Notizia non solo con le parole, ma soprattutto con una vita trasfigurata dalla presenza di Dio» (E.G. 259). Amen!
Mons. Corrado Sanguineti (Vescovo di Pavia)