Attualità
“Papa Leone XIV, Ambrogio e l’errore di James David Vance”
L'articolo di Renato Farina uscito sul quotidiano online "Il Sussidiario"
Pubblichiamo anche su “il Ticino” l’articolo di Renato Farina uscito lo scorso 15 aprile sul quotidiano online “Il Sussidiario”
Di Renato Farina
James David Vance, vicepresidente degli Stati Uniti, ha provato a stemperare le parole del presidente Donald Trump contro il Papa dicendo che il secondo deve occuparsi della morale, non di politica. Una critica sbagliata.
C’è un’immagine che resta, più delle parole: Papa Leone XIV a Ippona, nella terra di Agostino d’Ippona, mentre pianta un ulivo e si sporca le mani (nella foto). Terra addosso, non distanza. È un gesto minimo, eppure dice tutto: l’autorità che non teme di toccare la realtà, che non si protegge dietro il proprio ruolo.
Nello stesso momento arriva il messaggio alla Pontificia Accademia delle Scienze sociali: la democrazia è sana solo se radicata nella legge morale e in una vera visione della persona umana. Senza questo, scrive il Papa, scivola o nella tirannia della maggioranza o nel dominio delle élites. E ancora: il potere non è un fine, ma un mezzo; la sua legittimità non viene dalla forza, ma dalla virtù. Parole antiche, quasi disarmanti nella loro semplicità. E proprio per questo, oggi, urtanti.
Perché nello stesso giorno, dall’altra parte dell’Atlantico, il vicepresidente JD Vance prova a ricondurre lo scontro tra Donald Trump e il Papa dentro un perimetro rassicurante: il presidente fa la politica, il Vaticano si occupi della morale. Sembra buon senso istituzionale. In realtà è un fraintendimento radicale.
Non perché la Chiesa debba fare politica; questo Leone non lo fa, e lo si vede proprio dalla sua ritrosia a entrare nel dibattito. Ma perché la morale di cui parla il Papa non è un recinto confessionale. Riguarda l’umano. Riguarda ciò che accade quando un potere decide cosa è bene e cosa è male in funzione di sé stesso. In quel momento non stiamo più discutendo di politiche pubbliche: stiamo discutendo del limite.
E il limite, nella nostra storia, ha un nome preciso. Ambrogio davanti a Teodosio I. L’imperatore aveva fatto strage a Tessalonica. Ambrogio gli chiuse le porte della chiesa finché non fece penitenza. Non fu una sfida di potere, fu la nascita di una civiltà: l’idea che anche chi governa è sotto un giudizio e non può autoassolversi.
Da lì viene l’Europa. Da lì viene anche l’America, se vuole ricordarsi le sue radici. E da lì si comprende perché la posizione di Vance, pur intelligente e in fondo prudente – deve navigare senza farsi affondare – resti insufficiente, perché separa ciò che non può essere separato: la decisione politica dal giudizio sull’umano.
È interessante, peraltro, che proprio Vance mostri oggi una certa avversione alla guerra. È un punto serio, da non liquidare. Ma proprio per questo dovrebbe riconoscere che difendere l’umano – e quindi opporsi alla distruzione, all’annientamento, alla logica dell’idolo – non è “interferenza”. È il cuore della questione.
Quando il Papa parla contro la guerra, non entra in politica estera: ricorda che non tutto è disponibile al potere. Che non si può sacrificare una civiltà, un popolo, una vita, sull’altare dell’efficacia o della vittoria.
Il contrario lo si è chiamato, nella storia, cesaropapismo: il potere che ingloba il giudizio morale e si fa misura di tutto. È accaduto a Oriente, accade in forme diverse anche oggi – si pensi alla Russia – ma non riesce mai del tutto, perché qualcosa resiste sempre. I martiri, anzitutto. Cioè uomini e donne che testimoniano che esiste un limite invalicabile.
Per questo la risposta di Leone XIV resta decisiva nella sua semplicità: non ho paura. Non entro nel gioco. Parlo del Vangelo.
Non è debolezza, è esattamente il contrario. È la libertà di chi non deve difendere un potere, ma custodire un giudizio sull’uomo.
E allora il punto torna lì, a quell’ulivo piantato a Ippona. Mani sporche di terra. Nessuna autoesaltazione, nessuna pretesa di dominio. Solo un gesto: la pazienza di seminare qualcosa che cresce lentamente, e che nessun decreto può imporre.
È questo che oggi manca al potere. Ed è questo, forse, che lo irrita di più.