Attualità
“L’Ungheria di Viktor Orbán”: l’incontro al Collegio Ghislieri di Pavia
Lunedì 2 marzo, nell'ambito del ciclo "Democrazie illiberali", con l'intervento di Mara Morini e Ilaria Salis
Cosa resta dello Stato di diritto quando il consenso elettorale diventa strumento di concentrazione del potere? E come si governa una democrazia svuotandone progressivamente i contrappesi, le libertà civili e l’indipendenza delle istituzioni? L’Ungheria di Viktor Orbán è oggi uno dei laboratori politici più controversi d’Europa: un caso emblematico di “democrazia illiberale”, in cui elezioni regolari convivono con la compressione dei diritti, il controllo dei media, la criminalizzazione del dissenso.
A partire da queste domande si sviluppa l’incontro “L’Ungheria di Viktor Orbán“, che chiude il ciclo di conferenze “Democrazie illiberali”, promosso dal Collegio Ghislieri di Pavia (nella foto) in collaborazione con IUSS Pavia e curato da Flavio Chiapponi. Un percorso articolato in tre appuntamenti che ha indagato le trasformazioni dei regimi politici contemporanei, là dove la legittimazione elettorale non coincide più con la tutela delle libertà fondamentali.
La conferenza conclusiva si terrà lunedì 2 marzo (in Aula Goldoniana, alle 18), con un confronto che intreccia analisi accademica ed esperienza diretta. A dialogare saranno Mara Morini, politologa esperta di Europa centro-orientale, e Ilaria Salis, deputata al Parlamento europeo.
Morini offrirà le chiavi di lettura strutturali: il progressivo smantellamento dei contrappesi istituzionali, il controllo dei media, l’uso selettivo del diritto come strumento di governo, la normalizzazione di un’autorità che si presenta come espressione della volontà popolare mentre restringe lo spazio del dissenso. Un’analisi che restituisce l’Ungheria non come eccezione, ma come anticipazione. Salis porterà invece la dimensione concreta, personale e politica insieme. Arrestata in Ungheria nel 2023 durante una manifestazione antifascista e detenuta per mesi in condizioni che hanno sollevato interrogativi a livello europeo, la sua vicenda ha reso visibile ciò che spesso resta astratto: cosa significa vivere — e subire — una democrazia che ha smesso di tutelare i diritti come fondamento non negoziabile. La sua elezione al Parlamento europeo nel 2024 ha trasformato quell’esperienza in un mandato politico, facendo della difesa dello Stato di diritto una battaglia istituzionale oltre che civile