Attualità
Cure palliative: l’intervento del Vescovo Corrado al convegno svoltosi in Curia a Pavia
L'incontro di sabato 7 febbraio, in occasione della Giornata Mondiale del Malato
Sabato 7 febbraio la Sala Pertusati della Curia di Pavia ha ospitato (nella foto) il convegno sul tema “Cure palliative? Paure, pregiudizi, risorse ed esperienze”. L’incontro è stato organizzato in occasione della 34esima Giornata mondiale del Malato. Ad aprire i lavori è stato l’intervento del Vescovo Corrado Sanguineti, che riportiamo integralmente:
Saluto tutti voi partecipanti a questo convegno e ringrazio fin da ora il Servizio diocesano della Pastorale della Salute, nella persona del suo Direttore Padre Giacomo Bonaventura e del suo vicedirettore Don Gian Paolo Sordi, che modera l’incontro, ringrazio coloro i relatori che porteranno a noi il contributo della loro riflessione ed esperienza su un tema così importante.
Tema importante perché le cure palliative rappresentano una strada promettente per accompagnare, in modo veramente umano, il cammino di chi vive sofferenze prolungate e pesanti e di chi si avvia a vivere il passaggio della morte. Si tratta di cure e già la parola richiama il senso profondo della scienza medica, che è appunto la cura della vita umana, dal suo sorgere alla sua fine naturale, e della persona che incontra nel suo percorso esistenziale la prova di una malattia grave e persistente e si trova ad affrontare l’ultimo tratto della sua vita terrena, gravato da limitazioni e sofferenze intense, con la loro ricaduta sul piano fisico, psicologico e spirituale.
“Palliative” deriva dal latino “pallium” che indica il mantello con cui si copre e si riscalda la persona infreddolita o esposta alle intemperie: viene in mente il mantello che San Martino di Tours condivide con un povero mendicante nel duro inverno, alle porte della città di Amiens e che rappresenta bene il tema della prossima Giornata Mondiale del Malato “La compassione del Samaritano: amare portando il dolore dell’altro”.
Permettete che riprenda con voi un passaggio del bellissimo Messaggio che Leone XIV ha scritto in occasione della prossima Giornata Mondiale del Malato: «Avere compassione implica un’emozione profonda, che spinge all’azione. È un sentimento che sgorga da dentro e porta all’impegno verso la sofferenza altrui. In questa parabola, la compassione è il tratto distintivo dell’amore attivo. Non è teorica né sentimentale, si traduce in gesti concreti: il samaritano si avvicina, medica le ferite, si fa carico e si prende cura. Ma attenzione, non lo fa da solo, individualmente … Io stesso ho constatato, nella mia esperienza di missionario e vescovo in Perù, come molte persone condividono la misericordia e la compassione alla maniera del samaritano e dell’albergatore. I familiari, i vicini, gli operatori sanitari, le persone impegnate nella pastorale sanitaria e tanti altri che si fermano, si avvicinano, curano, portano, accompagnano e offrono ciò che hanno, danno alla compassione una dimensione sociale».
Se non sempre la medicina può guarire, sempre può curare e sappiamo bene che la cura medica si prende carico della persona, nella totalità delle sue dimensioni, e insieme del suo contesto umano e familiare. Il sollievo che le cure palliative, realizzare nelle strutture sanitarie o nelle case, ricade non solo sul paziente, rendendo più sopportabile e dignitoso l’umano soffrire, ma anche sulla sua famiglia e indirettamente su tutta la società.
Promuovere, far conoscere, diffondere le cure palliative, che sono riconosciute come un diritto del malato grave, significa offrire un messaggio alla collettività: che la vita vale sempre e in ogni condizione, che la vera risposta alla fatica, a volte insopportabile, del dolore prolungato e intenso, non è il suicidio assistito o, peggio, forme più o meno larvate di eutanasia, ma è la vicinanza, la relazione, l’accompagnamento che si esprime in vari modi: nell’affetto dei familiari e degli amici, nella condivisione del tempo, nell’ascolto di chi soffre, nell’intervento terapeutico che attraverso differenti forme di cura – comprese le cure palliative – porta sollievo, rende sopportabile il dolore sul piano fisico e psicologico, nel sostegno psicologico, che può assumere anche una forma più strutturata, e in quello spirituale che può esprimersi anche attraverso la figura del sacerdote, del ministro straordinario dell’Eucaristia, della presenza di fratelli e sorelle nella fede e attraverso la condivisione della preghiera e la grazia dei sacramenti, per chi è credente.
Chi, come medico e operatore sanitario, avvicina e accompagna pazienti in stato terminale o comunque in condizioni di malattia prolungata e grave, sa bene che la domanda anche inespressa che sale dal cuore e dal vissuto dei sofferenti, è una domanda grande e drammatica, nella quale si esprime il volto dell’umano: è domanda di senso, di vicinanza, di consolazione, di presenza.
Sarebbe triste e profondamente disumano rispondere a questa domanda con una scelta di morte, magari in nome della libertà del soggetto: come se la vita umana fosse un bene totalmente disponibile, di cui noi possiamo disporre totalmente, e non fosse invece un dono prezioso e gratuito, da accogliere e servire in ogni sua stagione. Di fatto, dietro la cultura eutanasica che tende a diffondersi nel mondo occidentale, c’è il vuoto: un vuoto di significato, esito di una visione alla fine nichilista della vita, un vuoto di relazioni, nella crescita di un modo solitario e individualista di vivere, un vuoto spirituale, frutto di una cultura dell’effimero e dell’immediato, che riduce l’uomo a una sola dimensione e tende a far coincidere il valore della vita con la possibilità di azioni efficaci e performanti, con esperienze gratificanti ed emotivamente intense, con la riuscita e il successo nei vari campi dell’esistenza.
In questo orizzonte, la diffusione e lo sviluppo delle cure palliative acquistano un valore non solo medico, ma anche sociale e culturale, e rappresentano una strada per far crescere una mentalità e un’opera di vera compassione e vicinanza a chi attraversa il tempo della malattia grave e chi vive in condizioni terminali.
Ovviamente, accanto alla promozione delle cure palliative, se vogliamo far crescere una cultura della vita e per la vita, dobbiamo anche avere il coraggio di mettere in crisi una visione riduttiva dell’esistenza umana, dove l’uomo si sente padrone assoluto di sé e della propria esistenza, e come cristiani, dobbiamo annunciare, testimoniare e celebrare, con parole e gesti, quel Vangelo della vita che San Giovanni Paolo II ha fatto riecheggiare nel suo magistero e nella sua testimonianza personale di uomo vecchio e sofferente, e che trova la sua sintesi, tutt’ora valida e sapiente, nella enciclica Evangelium vitae. Non è un caso che fu lui a istituire nel 1992 la Giornata Mondiale del Malato, che iniziò a essere celebrata, ogni anno, dal 1993, fissando ogni volta un santuario mariano nel mondo come luogo simbolo della celebrazione di questa Giornata.
Permettete, allora, che concluda la mia breve introduzione, rileggendo con un passaggio della Evangelium vitae dove il Santo Pontefice andava al cuore della questione, mettendo in luce la coscienza ridotta che oggi l’uomo ha di sé, avendo smarrito il senso della sua trascendenza e il riconoscimento della vita come dono di un Altro, come rapporto con il mistero santo di Dio: «L’uomo non riesce più a percepirsi come “misteriosamente altro” rispetto alle diverse creature terrene; egli si considera come uno dei tanti esseri viventi, come un organismo che, tutt’al più, ha raggiunto uno stadio molto elevato di perfezione. Chiuso nel ristretto orizzonte della sua fisicità, si riduce in qualche modo a “una cosa” e non coglie più il carattere “trascendente” del suo “esistere come uomo”. Non considera più la vita come uno splendido dono di Dio, una realtà “sacra” affidata alla sua responsabilità e quindi alla sua amorevole custodia, alla sua “venerazione”. Essa diventa semplicemente “una cosa”, che egli rivendica come sua esclusiva proprietà, totalmente dominabile e manipolabile. Così, di fronte alla vita che nasce e alla vita che muore, non è più capace di lasciarsi interrogare sul senso più autentico della sua esistenza, assumendo con vera libertà questi momenti cruciali del proprio “essere”. Egli si preoccupa solo del “fare” e, ricorrendo ad ogni forma di tecnologia, si affanna a programmare, controllare e dominare la nascita e la morte. Queste, da esperienze originarie che chiedono di essere “vissute”, diventano cose che si pretende semplicemente di “possedere” o di “rifiutare”» (Evangelium vitae, 22).
È parte della nostra pastorale della salute aiutare i nostri contemporanei a ritrovare uno sguardo più vero sul mistero e il dono della vita umana, in ogni suo momento: dono e mistero da accogliere, da amare, da servire, anche attraverso la dovuta valorizzazione delle cure palliative.
Mons. Corrado Sanguineti (Vescovo di Pavia)