Attualità
È questa la vita che hai sempre sognato? La forza dell’autodeterminazione
"L'ansa" di Danilo D'Angelo
Di Danilo D’Angelo
Ho gli occhi socchiusi: il vento è forte e vedo appannato. Rallento, muovo le mani come i flap di un aereo e plano su un prato fino a sentirne il profumo. Poi riprendo quota e… DRIIIINN! Suona la sveglia. Sogno spesso di volare. La realtà è diversa: la sveglia suona alle 6.30 e comincia la corsa.
In mezz’ora mi preparo e raggiungo il treno delle 7.15; tra vagoni affollati, ritardi e guasti se va bene arrivo al lavoro alle 8:30 e resto al computer fino a sera. Rientro alle 20. A cena mia moglie mi parla dei figli, delle spese, dei genitori da accompagnare dallo specialista e dei problemi di casa. Dopo pochi minuti la mente si spegne; mi addormento sul divano e aspetto un’altra sveglia. È così da trent’anni.
Non ho il tempo per capire che cosa accade nel mondo. Quando ci provo mi sento ignorato da chi decide e non vede la fatica necessaria per restare a galla. Vorrei fare qualcosa di utile e contribuire al bene comune, ma sono stanco e sfiduciato. Da giovane credevo che le cose potessero cambiare; ora tutto sembra inutile. Questa sì che è vita!
Alan Watts descriveva l’uomo come un tubo che introduce cibo da un’estremità e lo espelle dall’altra e che, quando può, si riproduce per portare avanti questa parvenza di vita; Stephen Hawking si chiedeva perché l’universo si dà tanta pena di esistere. Siamo davvero ridotti a “produrre, consumare e crepare”? Nessuno sa cosa significhi vivere o quale senso abbia l’esistenza. Scienziati, filosofi e maestri spirituali hanno elaborato risposte valide per loro, non necessariamente per noi.
Per non vivere una vita “di seconda mano” serve una convinzione profonda. A chi deve forzarsi per cambiare sembra di andare controcorrente, teme di essere un disadattato e attraversa dubbi e cedimenti. Come Arjuna sul campo di battaglia, è lacerato tra il seguire ciò che sente giusto dentro di sé e quello che le convenzioni gli impongono. Ha bisogno che qualcun altro gli faccia cadere il velo del conformismo, che Krishna, lo spirito divino che è in tutti noi, si riveli e gli mostri che l’unica vita che vale la pena di essere vissuta è quella condotta con onestà. L’onestà di essere ciò che sei, non ciò che vogliono gli altri, nemmeno se sono i tuoi familiari e amici più stretti.
Per altri seguire il proprio sentire è spontaneo: non concepiscono un modo diverso di vivere. Il vero musicista suona perché non può farne a meno, aver fame o la cura istintiva verso un padre malato accadono perché non potrebbe essere altrimenti. Gli studi sui rimpianti di chi sta per morire, tra cui quello di Bronnie Ware (Vorrei averlo fatto, My life Edizioni, 2012), mostrano che pochi si rammaricano di non aver fatto carriera o guadagnato di più. La maggior parte rimpiangono di non aver vissuto secondo il proprio sentire: la paura del cambiamento li ha tenuti prigionieri di abitudini e vecchi schemi.
Per compiacere gli altri rinunciamo a ciò che è giusto per noi, spesso perché seguire una strada battuta è più facile che percorrerne una nuova. Dobbiamo prendere coscienza che siamo responsabili verso la nostra unica esistenza. Vivere secondo ciò che sentiamo non elimina problemi o dolori, ma permette di affrontarli con maggiore serenità, senza inseguire convenienze e approvazioni. La felicità richiede il coraggio di spezzare gli automatismi e scegliere una vita autentica: la propria.
Questa è l’accettazione di sé di cui accennavo ne “Una prima ansa”.