Attualità
“Il Vangelo dalla finestra” di domenica 20 settembre
Il commento di don Michele Mosa. "Quello arrivato per ultimo"
Di Don Michele Mosa
Il corso di recupero era cominciato in ottobre, ogni martedì e giovedì dalle due alle quattro. Il professor Berti aveva raccolto un gruppo di studenti che rischiavano di non arrivare alla fine dell’anno. Nessuno si era offerto volontario. Li aveva cercati uno per uno, aspettandoli davanti all’aula, telefonando a casa quando non si presentavano.
All’inizio venivano in tre. Marta aveva sempre il quaderno in ordine. Pietro arrivava già con gli esercizi svolti. Samuele protestava per i due pomeriggi sottratti agli allenamenti ma non mancava mai.
A gennaio se ne aggiunsero altri due. Per loro Berti ricominciò da capo, mentre i primi sbuffavano. A marzo, durante un consiglio di classe, il preside pronunciò il nome di Luca.
Cinquantuno assenze, compiti quasi mai consegnati, una sospensione. Quando era presente occupava l’ultimo banco e guardava fuori dalla finestra.
– Ormai è tardi – disse qualcuno.
Berti chiese soltanto:
– Qualcuno è andato a cercarlo?
Luca si presentò al corso il 7 aprile. Entrò senza bussare, con il cappuccio della felpa alzato e lo zaino quasi vuoto.
– Mi ha detto il preside di venire.
Berti indicò una sedia.
– Siediti.
Quel pomeriggio Luca non scrisse nulla. Al secondo incontro dimenticò il libro. Al terzo si alzò dopo mezz’ora.
– Posso andare?
– Puoi. Ma giovedì il posto è ancora qui.
Samuele lo seguì con gli occhi fino alla porta.
– Noi veniamo da ottobre e questo può fare quello che vuole?
Berti cancellò la lavagna.
– Anche tu puoi andartene.
Samuele rimase seduto.
Luca tornò il giovedì. Poi il martedì successivo. Non sempre puntuale, non sempre preparato. Qualche volta posava la testa sul banco. Ma cominciò a portare il quaderno. Un pomeriggio rimase dieci minuti oltre l’orario per terminare un problema. Quando trovò il risultato non sorrise. Scrisse soltanto un quadratino attorno al numero, come faceva Berti.
Gli altri se ne accorsero.
Marta gli passò gli appunti senza che lui li chiedesse. Pietro gli spiegò un’equazione. Samuele continuò a borbottare però quella volta che Luca non aveva il badge per entrare lo aspettò all’ingresso. Alla fine di maggio Berti consegnò una simulazione d’esame. Marta prese otto, Pietro sette e mezzo, Samuele sette. Luca arrivò appena alla sufficienza. Guardò il voto a lungo, poi piegò il foglio e lo infilò nello zaino.
L’ultimo giorno il professore entrò con sette buste. Le appoggiò sulla cattedra e chiamò i nomi uno alla volta.
Dentro c’era la comunicazione del consiglio di classe: ammissione all’esame.
Quando Luca aprì la sua, Samuele si alzò.
– Anche lui?
Berti non rispose.
– Noi siamo qui da ottobre. Abbiamo fatto tutti gli esercizi, tutte le verifiche. Lui è arrivato ad aprile.
– Il 7 aprile – precisò Marta.
– E riceve la stessa busta?
Luca abbassò gli occhi. Pietro teneva la propria fra le mani, senza aprirla. Sul muro, dietro la cattedra, c’era una fotografia di don Milani con la frase: «Non c’è nulla che sia più ingiusto quanto far parti uguali fra disuguali».
Samuele la indicò.
– Lo ha appeso lei.
Berti guardò la fotografia, poi Luca.
– Sì.
– Allora non è giusto.
Nessuno parlò. Dal corridoio arrivava il rumore delle sedie trascinate nelle altre aule.
Berti raccolse i fogli rimasti sulla cattedra.
– Ma dovevamo cominciare da qualche parte.
Samuele infilò la busta nello zaino. Marta chiuse il quaderno. Luca rimase seduto ancora qualche secondo come se aspettasse che qualcuno gli dicesse che c’era stato un errore.
Poi Berti gli fece cenno verso la porta.
Luca annuì, mise la busta nello zaino e uscì insieme agli altri.