Attualità
“Il Vangelo dalla finestra” di domenica 13 settembre
Il commento di don Michele Mosa. "Il cassetto"
Di Don Michele Mosa
Simone aveva diciott’anni quando prese di nascosto l’auto del padre. Non aveva la patente. Dopo il ponte arrivò troppo veloce alla curva e investì un ragazzo che tornava a casa a piedi.
Il ragazzo morì quella stessa notte.
Al processo il pubblico ministero chiese una condanna severa. Simone ascoltava a testa bassa. Rita, sua sorella, aveva sedici anni e dalla fila dietro vedeva soltanto le sue mani immobili sulle ginocchia.
Prima della sentenza si alzò la madre del ragazzo morto. Consegnò al giudice un foglio scritto a mano. Non chiedeva che Simone fosse considerato innocente e neppure che quanto era accaduto venisse dimenticato. Chiedeva soltanto che la sua vita non finisse insieme a quella di suo figlio.
Il giudice lesse quelle righe ad alta voce. La richiesta della donna pesò sulla sentenza e Simone evitò gli anni di carcere che tutti temevano.
In famiglia non si parlò quasi più di quella notte. Quando qualcuno vi accennava, Simone chiudeva il discorso nello stesso modo: “Ho pagato tutto”.
Quarantacinque anni dopo, i fratelli si ritrovarono nella casa dei genitori per decidere che cosa tenere e che cosa buttare. Dopo pranzo Tommaso, il nipote più giovane, spostando il motorino urtò il furgone di Simone. Lo specchietto si piegò e sulla portiera rimase un graffio.
Simone lo afferrò per un braccio e lo trascinò davanti al danno: “Guarda!”.
– Mi dispiace. Lo farò sistemare.
– Con quali soldi?
Il ragazzo non rispose. Simone tolse le chiavi dal motorino.
– Questo resta qui. Da lunedì vieni in officina. Quando avrai restituito l’ultimo euro, te lo riprendi.
Qualcuno, seduto ancora al tavolo sotto il pergolato, osservò che era soltanto un graffio.
– Quello che rompi, lo paghi. Fino in fondo.
Nessuno replicò. Chi aveva parlato tornò a guardare il proprio bicchiere.
Rita, seduta sotto il fico, guardò Simone allontanarsi con le chiavi in mano. Quelle parole le riportarono alla mente l’aula del tribunale, la voce del giudice e il foglio piegato che la madre del ragazzo aveva estratto dalla borsa.
Entrò in casa. Il padre conservava ogni documento e il vecchio scrittoio non era ancora stato svuotato. Rita aprì i cassetti uno dopo l’altro finché trovò una cartella con il nome di Simone. Dentro c’erano le lettere dell’avvocato, alcune ricevute, la sentenza. In fondo, allegata agli atti, c’era la fotocopia del foglio letto in tribunale.
L’inchiostro si era sbiadito, ma la firma della donna era ancora nitida. Rita ripiegò il foglio e lo mise in tasca.
Attraversò il cortile verso il garage. Dalla finestra della cucina, chi lavava i piatti – la stessa persona che poco prima aveva provato a fermare Simone e si era zittita davanti alla sua risposta – la vide passare. La guardò raggiungere il garage, aprire la porta, richiudersela alle spalle; non sapeva cosa avesse in tasca né cosa fosse andata a fare. Tornò a lavare i piatti.
Simone stava chiudendo il garage; il motorino di Tommaso era parcheggiato in fondo, dietro il furgone.
Rita gli porse il foglio.
– Cos’è?
– Leggi.
Simone riconobbe il timbro del tribunale. Lesse una volta, poi tornò all’inizio. Alla frase sulla vita che non doveva finire insieme a quella del figlio si fermò.
Rita non gli ricordò l’incidente e non gli chiese di restituire il motorino. Si avviò verso la macchina senza voltarsi.
Simone rimase sotto la luce del garage, con il foglio della donna in una mano e le chiavi di Tommaso nell’altra.