Alice Gioia: il “Premio Ghislieri” 2026 alla giornalista della BBC

di Alessandro Repossi

Una carriera internazionale costruita con impegno, metodo e rigore. “Ma non dimentico il Collegio, Pavia e il giornale Inchiostro”

La storia professionale di  Alice Gioia – “Premio Ghislieri” 2026 –  comincia a Pavia quando,  studentessa universitaria, dirige “Inchiostro”, il giornale degli universitari e continua a Londra dove, dopo aver frequentato la Scuola di Giornalismo Radiotelevisivo della London College of Communication, inizia a lavorare in BBC come giornalista raccontando, via via, le guerre e la Brexit, gli attentati, la pandemia e le grandi trasformazioni politiche. Adesso è Senior Producer del World Service, ovvero una professionista affermata alla quale il Ghislieri riconosce una carriera internazionale costruita sul giornalismo d’inchiesta, sul rigore delle fonti e sulla capacità di trovare nuovi modi per raccontare le storie. L’alunna Alice Gioia (nella foto) – che da un anno è anche diventata mamma di una bimba – verrà premiata nel corso della cerimonia che si terrà giovedì 8 ottobre alle 18 nell’Aula Magna del Collegio Ghislieri a Pavia.

Cosa significa ricevere oggi il Premio Ghislieri? E quanto Pavia e il Collegio hanno contribuito a formare la giornalista che è diventata?

“Ricevere il premio Ghislieri è un onore anche se a me non sembra di aver fatto niente di eccezionale, a parte aver seguito alla lettera il consiglio di mio nonno, operaio metalmeccanico: “impara un lavoro, e impara a farlo bene”. Devo ammettere che questo premio è anche molto emozionante e inaspettato: io sono abituata a stare dietro ai microfoni e alle telecamere: questa attenzione non è una cosa che mi mette a mio agio.
Il Collegio ha sicuramente influito moltissimo sulla mia formazione e sul mio percorso professionale. Avere accesso a un’istituzione di altissimo livello e venire a contatto con persone straordinarie provenienti da tutt’Italia e dall’estero mi ha aperto la mente e mostrato strade che pensavo mi fossero precluse. Mi ha anche regalato amicizie per la vita, che non è da poco.
Pavia è una città che mi ha dato moltissimo, a partire da un’educazione eccellente e completamente gratuita, prima al Liceo Scientifico Copernico e poi all’Università. IHo bellissime memorie legate al giornale dell’università, ‘Inchiostro’, per cui ho scritto articoli a tarda notte nella mia camera in collegio e che mi ha permesso di acquisire molte competenze che mi sarebbero servite in futuro.
Però vorrei far notare, senza rancore, che Pavia è stata la città dei miei primi ‘no’ a livello lavorativo: nonostante mille sforzi, a 19, 20 anni non sono riuscita a fare un’esperienza giornalistica locale. Però proprio quei ‘no’ mi hanno spinto a cercare altrove”.   

Lei ha lavorato spesso in situazioni a rischio: il campo profughi di Calais, gli attentati, le grandi crisi internazionali, le interviste a testimoni difficili da raggiungere. C’è stato un momento in cui ha capito che raccontare una storia può significare anche assumersi una responsabilità verso le persone che quella storia la stanno vivendo?

“Il fatto che qualcuno decida di aprirsi con te e raccontarti la sua storia è un privilegio enorme e  va trattato con estremo rispetto. Ho avuto la fortuna di conoscere persone straordinarie. Quelle che hanno lasciato un segno profondo, però, non sono state le celebrità o i politici ma persone comuni che si sono fidate di me e mi hanno permesso di raccontare la loro storia. Tra queste ricordo Emmanuel Diaz, che ha perso il fratello nel crollo del Ponte Morandi e che mi ha portato l’album delle foto di famiglia, o una ragazza a Calais che mi ha raccontato di non poter andare in bagno di notte per paura di essere aggredita. Dietro le notizie di cronaca e alle opinioni urlate negli studi televisivi ci sono sempre persone in carne e ossa, e questa è una cosa che non dovremmo mai dimenticare”.     

Lei si è occupata di storia già nella sua tesi su Gladio, la rete paramilitare clandestina creata in Italia durante la Guerra Fredda.  Oggi il passato viene continuamente semplificato, deformato e usato come strumento politico. Quanto deve conoscere la storia un giornalista per capire quando qualcuno sta manipolando il passato per orientare il presente?

“È sicuramente un elemento molto importante, ma non solo per i giornalisti. Studiare storia mi ha insegnato a lavorare con le fonti e ad analizzare il contesto, due abitudini che sono indispensabili nel lavoro giornalistico”.   

Veniamo al futuro. L’intelligenza artificiale può produrre testi, immagini, audio e video sempre più difficili da distinguere dalla realtà, mentre una parte crescente del pubblico si informa attraverso piattaforme e creator. Lei lavora dentro una grande macchina internazionale dell’informazione: l’AI sarà soprattutto uno strumento per il giornalista o finirà per mettere in discussione il suo stesso mestiere? E, soprattutto, in un mondo nel quale tutto può essere falsificato, che cosa varrà ancora come prova?

“È troppo presto per dirlo. Anni fa parlai con un esperto di tecnologia che paragonò l’avvento dell’AI alla Rivoluzione Industriale, con simili conseguenze a livello sociale, politico, ecologico. Non so se avesse ragione, ma penso sempre a quella conversazione quando mi si chiede di parlare di AI. Ovviamente io sono di parte, ma secondo me il ruolo del giornalista libero e indipendente è più importante che mai”.