Attualità
Il “Vangelo dalla finestra” di domenica 24 maggio
Il commento di don Michele Mosa. "La porta chiusa"
Di Don Michele Mosa
Sono le nove di mattina e Nairobi puzza di asfalto bagnato e carbone. Il taxi mi lascia davanti a un cancello di lamiera arrugginita, in un vicolo che non compare su nessuna mappa. Un ragazzo con una maglietta del Chelsea mi fa segno di aspettare, poi sparisce dentro.
Aspetto in piedi sotto la pioggia per dieci minuti. Nessuno mi ha detto dove si trovava. Ho avuto il numero da un funzionario del consolato che mi ha chiesto di non scrivere il suo nome.
Padre Claudio è tornato in Italia tre settimane fa. Poi è ripartito. Nessuno sa bene perché.
Il ragazzo con la maglietta torna e mi fa cenno di seguirlo.
Il registratore sul tavolo di formica. I due triangoli sul display indicano che la traccia sta scorrendo.
Fuori c’è il rumore del traffico della capitale, il fumo dei generatori a gasolio e la pioggia tropicale che picchia sul tetto di lamiera. Dentro, padre Claudio tiene le mani intorno a una tazza di tè ormai freddo. Ha cinquantadue anni, ma la pelle del viso ha il colore della pergamena e le dita tremano impercettibilmente, un tic ereditato da sette mesi di buio.
«Vuole che spenga?» –chiedo, indicando il nastro.
Lui scuote la testa. «No, lasci pure. Ma non so se le mie risposte le serviranno per il giornale. I vostri lettori vogliono i dettagli della prigionia, le trattative del governo. Io di tutto questo non so nulla. Io ricordo solo la stanza».
«La stanza a Mogadiscio»?
«Una stanza qualsiasi. Quattro metri per quattro. C’era una porta di ferro verde, sbarrata dall’esterno con un chiavistello pesante. Sentivo il ferro battere ogni volta che cambiavano il turno di guardia. Per i primi tre mesi ho avuto paura di ogni singolo rumore. La paura fa questo: ti chiude dentro te stesso, costruisci un muro intorno alla tua mente per non impazzire, proprio come quel ferro verde».
«Poi cosa è successo»?
Posa la tazza. Si guarda i polsi. Ci sono i segni scuri, ormai cicatrizzati, delle fascette di plastica stringicavo che i rapitori usavano quando lo spostavano. Più in alto, vicino all’avambraccio, si intravede una macchia violacea, il ricordo di un calcio di fucile.
«Una notte non ho più avuto paura». La voce è ferma in un modo che non mi aspettavo. «Le porte erano ancora sbarrate, la guardia fuori fumava e tossiva. Ma ho sentito un’aria nuova entrare nel cemento. Come se qualcuno si fosse messo lì, in mezzo al buio, e mi avesse detto: Respira. La pace è qui, non fuori».
«Una reazione psicologica», dico. «L’isolamento fa scherzi strani».
Lui mi guarda. Negli occhi stanchi c’è una lucidità che mi mette a disagio.
«Il giorno dopo il capo dei carcerieri, un ragazzo che avrà avuto sì e no vent’anni, è entrato per sbraitarmi contro. L’ho guardato e ho provato una pena infinita per lui. Era lui il prigioniero, non io. Lui era chiuso nel suo inferno di armi e di odio».
«Cosa gli ha detto»?
«Nulla. Ho respirato a fondo».
Si alza in piedi.
Io capisco dal modo in cui si sistema la camicia logora che l’intervista è finita.
«Ora scusi, devo andare».
«Dove va? La scorta del consolato la aspetta giù».
Si ferma sulla soglia, la mano sulla maniglia. «Vado a fare una passeggiata. Senza scorta. Le porte chiuse mi hanno stancato».
Il registratore gira ancora per qualche secondo.
Poi premo stop.
Fuori il ragazzo con la maglietta del Chelsea è seduto sul muretto, telefono in mano. Non alza gli occhi quando passo. Il cancello di lamiera si richiude alle mie spalle con un rumore sordo.
Ho tutto quello che mi serviva per il pezzo. Non so ancora se lo scriverò, però.