Attualità
Il “Vangelo dalla finestra” di domenica 17 maggio
Il commento di don Michele Mosa. "Davanti a un Dio che tace"
Di Don Michele Mosa
Il monastero di San Giusto era fatto di pietra grigia e ulivi piegati dal vento. Un luogo dove il silenzio, d’inverno, aveva la consistenza della neve che non scioglie. Fratel Andrea viveva lì da trentadue anni. Si alzava alle quattro e un quarto tutte le mattine, attraversava il chiostro al buio, raggiungeva la cappella. I salmi uscivano dalla sua bocca con la precisione meccanica degli orologi svizzeri. Le labbra si aprivano e si chiudevano: ogni parola seguiva l’altra con un ritmo regolare, ordinato eppure dentro di sé non sentiva più vibrare alcuna parola. Da tempo, ormai, quel suono non aveva più effetto; non si rifletteva contro nulla, non produceva eco. Il suo pregare era diventato un gesto automatico, svuotato della sua antica forza, incapace di raggiungere il cuore del silenzio che lo circondava.
La sera, durante l’adorazione, restava inginocchiato davanti all’ostensorio. Fissava il cerchio bianco del pane mentre dentro di sé continuava a risuonare, insistente, la stessa domanda: “Sto adorando Dio, o sto solo recitando la parte di chi ne ha bisogno?”. Poi arrivò Luca. Comparve sotto la pioggia con una piccola valigia nera e gli occhi di chi ha smesso di combattere con l’insonnia. Passava le ore seduto nel chiostro a fissare il pozzo al centro del cortile. Sembrava aspettare che l’acqua immobile dicesse qualcosa.
La terza sera, sotto il porticato, senza guardarlo negli occhi gli chiese a bruciapelo: “Lei, padre, ci crede davvero?”. Andrea avrebbe potuto citare il Vangelo, la grazia o la speranza. Sentì però che una risposta rassicurante sarebbe stata un insulto. “Ci provo”, rispose. Luca rimase a guardare le mattonelle lucide di pioggia. “Mio figlio è morto due anni fa. Aveva sei anni”. Fece una pausa, il respiro era corto. “Tutti volevano spiegarmi Dio. Nessuno voleva stare zitto con me”. Andrea non rispose. Rimase lì, con le mani infilate nelle maniche della tonaca, a guardare l’acqua che cadeva. Restarono fermi per un tempo indefinito, due ombre contro il muro di pietra, finché il freddo non divenne insopportabile. Il mattino seguente Luca non c’era più. Sul tavolo della foresteria aveva lasciato una fotografia: un bambino in bicicletta, i capelli al vento e un sorriso radioso.
Quella notte Andrea scese in cappella mentre il monastero dormiva. Si inginocchiò davanti al tabernacolo. Nessuna consolazione, nessuna pace improvvisa. Solo lo stesso silenzio di sempre, ma con un peso diverso. Non era assenza. Era una pressione fisica sulle spalle. “Ci sei?” sussurrò. Nessuna risposta. Solo la fiamma della lampada che oscillava. Rimase lì fino all’alba. Non perché avesse trovato una prova, soltanto perché non riusciva a immaginare un altro posto dove stare.
Le settimane passarono. Il dubbio non se ne andò; si sedette accanto a lui nel coro, si mise a tavola con lui, lo accompagnò nel chiostro alle quattro e un quarto. Ma qualcosa si era spostato. Il Dio che risolve, il Dio che protegge dal dolore, il Dio delle risposte pronte si era dissolto, lasciando il posto a un vuoto che somigliava a una vertigine. Tornò in cappella una notte di vento. L’ostia brillava appena nella luce fragile delle candele. Si inginocchiò, sentendo il freddo del pavimento sulle rotule. “Non so chi sei”, pensò. “Ma se esisti, impediscimi di trasformarti in un’abitudine”. Fuori, il vento scuoteva gli ulivi. Andrea non si mosse. Aspettava; non un segno, non una voce. Aspettava e basta, come si aspetta qualcuno di cui non si conosce ancora il nome, ma di cui si avverte il respiro nel buio.
Aspettava. E fissava nel vuoto lasciando risuonare nella mente una frase che aveva fatto sua da giovane novizio: Io lo guardo, lui mi guarda.