Il “Vangelo dalla finestra” di domenica 3 maggio

di Alessandro Repossi

Il commento di don Michele Mosa. "Il GPS e la strada: appunti di un prete stanco"

Di Don Michele Mosa

Non ho perso la fede.
Ho perso l’entusiasmo.

È diverso. E forse è peggio.

Perché continuo a fare tutto: messa, catechesi, incontri. Le parole sono giuste, i gesti anche. Solo che dentro… non fanno più rumore.

—

Stasera torno tardi.

Parrocchia vuota, luci lasciate a metà, una riunione finita senza arrivare da nessuna parte. In macchina accendo il GPS. Non per andare lontano: per non restare fermo.

“Tra 200 metri, gira a destra.”

Obbedisco. Senza convinzione.

—

Per anni ho detto alla gente che Gesù è la via.
L’ho spiegato, difeso, semplificato.
“Non indica la strada, la è.”

Funziona bene in chiesa.
Fuori, un po’ meno.

—

Sbaglio uscita.

“Ricalcolo.”

Ecco. Questo sì che consola. Nessun rimprovero, nessuna lezione. Solo una nuova possibilità.
Ricalcolo.

Chissà quante volte l’ho detto anch’io, senza crederci fino in fondo.

—

Semaforo rosso.

La stola è sul sedile accanto, piegata male. Odora di incenso e di stanchezza.

“Gira a sinistra.”

“Poi?” dico a bassa voce.

Il GPS non risponde.

Ed è questo che mi pesa: il “poi” che non arriva mai.
La gente ti chiede senso, direzione, futuro. E tu parli. Sempre.
Poi arriva la sera… e resti con il prossimo passo e basta.

Resti da solo.

—

Mi torna in mente quella frase. L’ho detta mille volte, quasi senza accorgermene:

“Io sono la via.”

Non “vi mostro la via”.
Non “vi spiego la via”.
Io sono. Io sono la via.

La differenza è tutta lì.
E forse è proprio quella che mi ha consumato.

Perché una via non si capisce.
Si percorre.

—

Galleria.

Segnale perso.

Silenzio.

E lì capisco quanto mi ero abituato alla voce.

No, non quella del GPS. Quella interiore che una volta era chiara. Adesso è più bassa, come se arrivasse da lontano.

Non è sparita. Solo non guida più come prima.

—

Esco.

“Prosegui per 1 chilometro.”

Nessun commento sul buio appena attraversato.
Solo: continua.

—

Mi fermo in un parcheggio vuoto. Lascio il motore acceso.

Guardo la linea blu sullo schermo. Non discute, non convince.
È lì.

Penso: forse ho cercato troppo di spiegare la strada, invece di percorrerla.
Ho cercato troppo di convincere gli altri, troppo poco di restare me stesso.

“Io sono la via.”

Se è vero, allora non è una frase da ripetere.
È un modo di vivere quando non hai più risposte.

—

Riparto.

“Gira a destra.”

Lo faccio.

Non perché ho ritrovato qualcosa.
Ma perché non voglio spegnere tutto.

—

Arrivo davanti alla canonica.

“Sei arrivato.”

Sorrido appena.

Non è vero. Non ancora.

Scendo.

La porta è quella di sempre.
Io… un po’ meno.

Prima di entrare penso una cosa semplice, quasi povera: se quella frase è vera – “io sono la via” –allora anche così, stanco, sono ancora in cammino.

E forse, per stanotte, basta questo.