Il “Vangelo dalla finestra” di domenica 12 aprile

di Alessandro Repossi

Il commento di don Michele Mosa: “Un padre, un figlio perduto e la fede di Tommaso Apostolo”

Di Don Michele Mosa

Ci sono storie che non si raccontano per spiegare, ma per restare onesti davanti alla vita.
Questa è una di quelle.

Un padre perde un figlio.
E con lui perde anche Dio.

Non nel senso polemico.
Non c’è rabbia, non c’è bestemmia.
C’è qualcosa di più duro: l’assenza.

“Non so più con chi sto parlando”, mi ha detto una sera.
E in quella frase c’era tutto.
Non la negazione di Dio, ma la perdita del volto.

È qui che spesso sbagliamo.
Pensiamo che la fede sia tenere duro, resistere, continuare a pregare come prima.
Ma ci sono momenti in cui farlo sarebbe una finzione.

E allora succede quello che è successo a lui: smetti di pregare non perché non vuoi, ma perché non sai più “a chi rivolgerti”.

È esattamente il punto in cui si trova Tommaso Apostolo nel Vangelo.
Non rifiuta i discepoli. Non li accusa.
Semplicemente non riesce a entrare nella loro fede.

Gli altri dicono: “Abbiamo visto il Signore”.
Lui no.

E allora dice una cosa che, detta oggi, suona scandalosa:
«Se non vedo… se non tocco… io non credo».

Non è incredulità.
È rifiuto di una fede che non passa dalla realtà.

Quel padre era lì.
Non davanti a un racconto, ma davanti a una tomba.
Non davanti a una promessa, ma davanti a un’assenza che non si colma.

E come Tommaso, non poteva credere per sentito dire.

C’è una fede che funziona finché la vita regge.
Poi basta un evento – una malattia, una perdita, una morte – e tutto crolla.
Non perché la fede sia falsa, ma perché era troppo fragile.

Tommaso lo intuisce.
E non accetta scorciatoie.

Otto giorni.
Otto giorni a vivere accanto a chi dice di aver visto, senza poter condividere.
Otto giorni di distanza, di silenzio, di fatica.

È il tempo di quel padre.
Seduto in cucina, senza parole, senza preghiere.

Finché un giorno succede qualcosa.
Non un miracolo.
Un filo.

Lo sento parlare piano:
“Io non capisco niente. Se ci sei, fammi almeno stare in piedi”.

Non è fede piena.
È una crepa.

E proprio lì, nel Vangelo, accade la stessa cosa.
Tommaso Apostolo non viene escluso.
Non viene corretto.
Viene raggiunto.

“Metti qui il tuo dito”.

Dio non gli chiede di credere meglio.
Gli chiede di restare vero.

E questo cambia tutto.

Perché forse il contrario della fede non è il dubbio.
È la finzione.
È continuare a dire parole giuste quando dentro non c’è più niente.

Quel padre non è tornato a pregare come prima.
Non ha recuperato una fede “pulita”.
Ma non ha chiuso la porta.

E questo, nel Vangelo, è decisivo: Tommaso non se ne va. Resta nella comunità anche quando non crede come gli altri. Resta dentro una storia che non riesce ancora a riconoscere.

E quando finalmente incontra il Risorto, non ha bisogno di toccare.
Gli basta vedere che può farlo.

“Mio Signore e mio Dio”.

La fede più alta nasce dal punto più fragile.

Forse è questo che non diciamo abbastanza: la fede non rinasce quando trovi risposte.
Rinasce quando, dentro le macerie, resta uno spiraglio.

Non capisci.
Non senti.
Non riconosci più Dio.

Eppure, non smettere del tutto di rivolgerti a Lui.

Quel padre oggi non sa spiegare cosa crede.
Ma ogni tanto, in silenzio, si ferma.

E io so che lì, in quel silenzio, c’è qualcosa che somiglia molto alla fede di Tommaso Apostolo:
non una certezza conquistata, ma una ferita che non è stata chiusa.

E forse è proprio da lì che Dio ricomincia.