Il “Vangelo dalla finestra” di domenica 22 marzo

di Alessandro Repossi

Il commento di don Michele Mosa. "Il ritorno dell’inquilino scomodo"

Di Don Michele Mosa

Abito a dieci passi dalla casa di Marta e Maria da tutta la vita. Conoscevo Lazzaro: un uomo silenzioso, di quelli che non lasciano impronta sulla polvere. Quando è morto, abbiamo fatto quello che si fa a Betania. Abbiamo pianto, abbiamo portato il cumino, abbiamo aiutato a rotolare la pietra. E, diciamocelo con la crudeltà dei vivi, avevamo già iniziato a dimenticarlo. Il capitolo era chiuso. La terra aveva accettato il suo tributo. Poi è arrivato quel Galileo. E…

C’è una cosa che i testi sacri non vi dicono: l’odore. Quando quella pietra è stata rimossa, l’aria di Betania è diventata solida. Era l’odore della fine definitiva, quella soglia oltre la quale nnon si spera. Eppure, a un comando di quell’uomo – un grido che sembrava voler spaccare il mondo in due – Lazzaro è uscito.

L’ho visto con i miei occhi. Non era una visione gloriosa. Era un uomo impacciato nelle bende, che inciampava nel suo stesso sudario, con gli occhi sbarrati di chi è stato dove non c’è luce e non è più abituato al sole. Lo abbiamo slegato, come se fosse la cosa più normale del mondo. Ma mentre le sorelle gridavano di gioia, io ho provato un brivido che non mi ha più lasciato.

Da quel giorno, la mia parete confina o con il silenzio più assoluto o con rumori che mi tolgono il sonno. Avete mai provato a cenare con uno che è stato morto quattro giorni? Non si sa cosa chiedergli. Non si sa dove guardare.

Lazzaro è diventato una provocazione vivente. Siede nel suo giardino e guarda il muro per ore. Non parla dell’aldilà. Non descrive angeli o fiamme o una luce in fondo a qualcosa. Semplicemente… è. La sua presenza è un insulto tranquillo alla nostra rassegnazione. Noi viviamo contando i giorni che ci restano, accumulando piccole gioie e grandi rancori, convinti che la morte sia il confine che dà senso al gioco. Senza un limite, che valore ha la mossa? Senza la fine, che peso ha l’inizio?

Ma lui ha rotto il giocattolo. Se si può tornare indietro, allora nulla è più serio. O forse, lo è troppo. E non sappiamo quale delle due opzioni sia più disumana.

I sacerdoti passano spesso di qui. Guardano la casa di Lazzaro con un odio che non riescono a nascondere del tutto. Ed è comprensibile, in un certo senso: Lazzaro è la prova vivente che le loro regole non bastano più. Se la morte non è l’ultima parola, il loro potere – fondato esattamente su quella parola – si sgretola. Non è ateismo ciò che li spaventa. È qualcosa di peggio: è un’eccezione.

A volte guardo Lazzaro e mi chiedo se ci ringrazi. Lo abbiamo strappato alla pace per riportarlo in un corpo che deve di nuovo invecchiare, sentire la sete, fare i conti con la digestione, vedere gli amici morire – stavolta per davvero, senza repliche. È un miracolo o una condanna a morte ritardata? Ha rivissuto il momento in cui ha capito che sarebbe morto ancora, e lo sapeva con una certezza che noi possiamo solo intuire. Come si vive, dopo? Come si compra il pane, come si litiga con la moglie, come si guarda un tramonto sapendo ciò che sai?

Nessuno glielo chiede. Forse è per questo che tace.

Noi tutti aspettiamo un segno, un miracolo che ci risolva la vita, che tagli il nodo, che risponda alla domanda che non osiamo formulare. Ma guardando il mio vicino, ho capito che il miracolo è la parte facile. Il difficile è il mercoledì mattina dopo il miracolo. Quando devi ricominciare a lavarti, a lavorare, a salutare persone che sanno che tu sai. Quando la pietra è già stata rotolata via e la folla è tornata a casa e il Galileo è ripartito per qualche altra Betania, e tu sei lì, con le bende ancora sul pavimento e una fame atavica.

Lazzaro ci guarda dal giardino e non dice nulla. Ma il suo silenzio ha la consistenza di una domanda che non si può rimandare: ora che sapete che la pietra può essere rimossa, come intendete vivere questi minuti che vi restano?

“Io, onestamente, non lo so ancora. Ma da quando Lazzaro è tornato, ho smesso di rimandare le cose al giorno dopo”.