“Il Vangelo dalla finestra” di domenica 15 marzo

di Alessandro Repossi

Il commento di don Michele Mosa. “Il cieco guarito uscì per primo”

Di Don Michele Mosa

Dalla finestra la scena si vedeva bene. Non ero tra quelli seduti davanti. Non ero tra i discepoli, né tra i religiosi. Stavo un po’ in disparte, quasi all’ultimo posto della sala. Da lì si sentiva tutto, ma nessuno faceva caso a me. Ed è curioso: quando non sei coinvolto direttamente nelle discussioni, le cose appaiono spesso più chiare. All’inizio sembrava una disputa come tante. Le autorità religiose parlavano tra loro con sicurezza. Si interrogavano, si correggevano, citavano la legge. Il problema, dicevano, non era tanto l’uomo che aveva riacquistato la vista. Il problema era l’altro, quello che l’aveva guarito. Chi era? Con quale autorità agiva? E soprattutto: perché aveva fatto una cosa simile proprio di sabato? Davanti a loro c’era l’uomo che prima era cieco. Non parlava come loro. Non usava grandi argomentazioni. Sembrava sorpreso di trovarsi al centro di quella discussione. Quando gli facevano domande, rispondeva sempre allo stesso modo, con una semplicità disarmante.

“Non so tutto quello che volete sapere. So solo una cosa: prima non vedevo, ora vedo”. Ogni volta che lo diceva, la discussione si inceppava. Perché quella frase era troppo semplice per una disputa così sofisticata.

A un certo punto chiamarono un medico. Un oculista. Uno che non apparteneva al loro mondo religioso. Lo si capiva dal modo in cui guardava le cose: non cercava interpretazioni, cercava fatti.

Si avvicinò all’uomo guarito e lo osservò con attenzione. Non con pietà, ma con quella curiosità professionale che hanno i medici quando cercano di capire un caso.

Poi si rivolse alla sala. Spiegò che la cecità dalla nascita non è una malattia come le altre. Che non riguarda solo gli occhi. Quando una persona nasce cieca – disse – non ha mai ricevuto immagini. Il cervello non ha imparato a interpretarle. La vista non è soltanto un organo: è anche apprendimento. Chi nasce cieco non ha solo gli occhi chiusi. Ha un cervello che non ha mai imparato a vedere.

La sala ascoltava in silenzio. Il medico parlava con calma, come se stesse spiegando una cartella clinica. Non prendeva posizione nella disputa religiosa. Non difendeva nessuno. Poi disse una frase che, dall’ultimo posto, arrivò chiarissima. “Voi state discutendo se l’uomo che ha fatto questo venga da Dio oppure no. Io guardo una cosa molto più semplice”. Indicò l’uomo guarito. “Quest’uomo era cieco dalla nascita. Ora vede”.

Nessuno rispose subito. La discussione però non si fermò. Anzi, diventò più dura. Le autorità religiose insistevano: quell’uomo che aveva compiuto un gesto non poteva venire da Dio, perché non rispettava il sabato. L’uomo guarito, invece, sembrava diventare sempre più libero. All’inizio parlava con prudenza. Poi con sicurezza. A un certo punto quasi con ironia.

Quando gli fecero ancora domande su Gesù, li guardò e disse: “Ve l’ho già detto e non avete ascoltato. Perché volete sentirlo di nuovo? Volete forse diventare anche voi suoi discepoli?”. Dall’ultimo posto qualcuno trattenne un sorriso. La scena ormai era chiara.

Quelli che avevano studiato tutta la vita per riconoscere l’opera di Dio non riuscivano ad accettare ciò che avevano davanti agli occhi.

E l’uomo che fino a pochi giorni prima mendicava lungo la strada vedeva la situazione con una lucidità sorprendente. Quando tutto finì, la sala si svuotò lentamente. Il cieco guarito uscì per primo. Camminava guardando le persone, le pareti, la luce che entrava dalle aperture. Era stupito per ogni cosa. I religiosi rimasero a discutere tra loro. Restando lì, vicino alla finestra, mi accorsi che il miracolo non era la parte più sorprendente della storia.

La cosa più sorprendente era un’altra. L’unico uomo che alla fine vedeva davvero era quello che prima era cieco.

Gli altri erano troppo occupati a dimostrare che stavano vedendo bene. E in quel momento diventava chiaro il punto del racconto. La cecità non è sempre una malattia degli occhi. A volte è una malattia delle certezze.