Il “Vangelo dalla finestra” di domenica 8 marzo

di Alessandro Repossi

Il commento di don Michele Mosa. "Il Dio che ha sete di me. Le dice Gesù: ‘dammi da bere!’”

Di Don Michele Mosa

Il cucchiaio batte contro il piatto di metallo. Mangio senza fretta, ma senza distrazioni. Quando vivi di quello che ti danno, impari a rispettare ogni boccone.

Poi alzo gli occhi.

“Ho sete”.

La frase è del Vangelo secondo Giovanni; Madre Teresa ha voluto scrivere nelle case delle Missionarie della Carità.

Sete. Ma io ho fame.

Una lampadina si accende e mi viene in mente quella donna al pozzo: la samaritana. Anche lì si parla di sete. Gesù le chiede da bere. Poi le dice che può darle un’acqua che non finisce mai.

Strano Dio, il loro, delle suore intendo. Prima chiede, poi promette.

Io mi sono sempre sentito come quella donna. Venire al pozzo quando non c’è nessuno. Evitare gli sguardi. Portarsi addosso la propria storia come un cartello.

Lei aveva cinque mariti. Io ho perso il lavoro, la casa, la faccia.

Lei andava a prendere acqua. Io vengo a prendere un piatto caldo.

Eppure, tutto gira attorno alla stessa parola: sete.

Quando Gesù le dice dammi da bere, non sta solo parlando di acqua. Sta entrando nella sua vita. Le chiede qualcosa. La rende necessaria. Non è una peccatrice da correggere. È una donna che può dissetare Dio.

Questa cosa mi fa male.

Perché io mi sono abituato a essere quello che riceve. Quello che allunga la mano. Quello che ringrazia e abbassa gli occhi.

Ma se Dio dice “ho sete”, allora forse anch’io posso dare.

Non soldi. Non successo. Non prestigio.

Me stesso.

La samaritana lascia la brocca e corre in città. Diventa voce. Diventa annuncio. Non perché sia diventata perfetta ma perché qualcuno l’ha guardata senza voltarsi dall’altra parte.

Io non ho una città dove correre. Ho una panchina. Ho un cartone. Ho qualche ricordo che brucia ancora.

E non so se riesco a credere davvero a quello che sto pensando.

Che Tu abbia sete di me.

Di me che non ho più nulla di valore da offrire. Di me che sono diventato esperto nello sparire e occupare poco spazio.

Eppure, la parola è lì, scritta sul muro. Ho sete.

Non è un comando. Non è una promessa lontana. È quasi una supplica.

Se è vero – e non so se riesco a dirlo senza che mi tremi qualcosa dentro – allora non sono uno scarto. Non sono un errore del sistema. Non sono una pratica assistenziale.

Sono qualcuno che può dare da bere a Dio.

Finisco di mangiare. Rimango seduto ancora un momento, con il piatto vuoto davanti.

Poi mi alzo.

Prendo il giubbotto. Saluto con un cenno chi è rimasto dentro. Spingo la porta e fuori è freddo, quel freddo secco che entra nelle ossa prima ancora che tu te ne accorga.

L’altro è lì. Sulla panchina davanti alla mensa. Lo conosco di vista; ci si incontra, in certi posti, senza mai parlarsi davvero. Sta guardando il marciapiede.

Mi siedo accanto a lui.

Restiamo un po’ in silenzio. Quel tipo di silenzio che non pesa, perché siamo entrambi abituati a stare senza parole.

Poi dico: “Hai letto quella scritta sul muro? Dentro”.

Lui scrolla le spalle, senza alzare gli occhi.

“Ho sete – dico io – È una frase di Gesù”.

Adesso mi guarda. Poi guarda il niente davanti a sé.

“Anch’io”, dice.

E per un momento non so se sta parlando di acqua.

Resto lì, seduto con lui.

Dentro ho qualcosa che non riesco ancora a chiamare speranza. Forse è solo il bordo di qualcosa. Ma è mio. Ed è strano; è la prima volta da tanto tempo che mi sembra di avere qualcosa da dare.

Non soldi. Non una casa. Non risposte.

Solo quella frase. E la panchina accanto.