Attualità
Il “Vangelo dalla finestra” di domenica 1° marzo
Il commento di don Michele Mosa. “E fu trasfigurato davanti a loro”
Di Don Michele Mosa
Immagina la scena. Monte alto. Silenzio. Pietro ha appena detto: «È bello per noi essere qui». A distanza di secoli un neuroscienziato e una monaca siedono su una roccia. E commentano.
Neuroscienziato:
Quando Pietro dice “è bello”, sta vivendo un picco di awe (sensazione emotiva positiva ma anche disorientante), di meraviglia radicale. Sappiamo che in quegli stati si attiva la corteccia prefrontale in modo particolare e si riduce l’attività della cosiddetta “default mode network”, la rete cerebrale che sostiene il senso dell’io. In parole semplici: l’ego si fa piccolo. Il tempo sembra fermarsi. È una condizione neurobiologica potente.
Monaca:
Interessante. Tu dici che l’io si riduce. Noi diremmo che l’io si decentra. Non sparisce, ma smette di essere il centro. Quando Pietro vuole fare le tende, non è ancora decentrato del tutto. Vuole trattenere Dio.
Neuroscienziato:
Esatto. Il cervello umano non ama la transitorietà. Quando un’esperienza produce dopamina e senso di unità, scatta il desiderio di ripeterla. È un meccanismo adattivo: ciò che è buono va conservato.
Monaca:
Ma Dio non è un oggetto da conservare. La nube lo interrompe. È quasi pedagogico: l’esperienza mistica non è fatta per essere posseduta, ma per trasformare.
Neuroscienziato:
Qui però devo essere onesto. Dal mio punto di vista, l’esperienza mistica può essere spiegata come uno stato cerebrale. Non ho bisogno di postulare un intervento esterno.
Monaca (sorride):
Spiegare il “come” non elimina il “chi”. Tu descrivi i circuiti. Io parlo della relazione. Se ascolto una sinfonia di Mozart, puoi spiegarmi le onde sonore, ma questo non esaurisce la musica.
Neuroscienziato:
Concedo il punto. La descrizione fisiologica non esaurisce il significato. Però una cosa è certa: il cervello non può restare stabilmente in quello stato. Sarebbe disfunzionale. Pietro deve scendere.
Monaca:
E qui siamo d’accordo. La Trasfigurazione di Gesù non è una fuga dalla storia. È una rivelazione per affrontarla. Se resti sul monte, tradisci la luce. La luce serve per attraversare la valle.
Neuroscienziato:
Allora l’esperienza intensa non è la meta, ma un catalizzatore. Una riorganizzazione temporanea del cervello che prepara a nuove scelte.
Monaca:
Direi: una grazia che prepara alla croce.
Neuroscienziato:
Tu la chiami grazia, io la chiamerei integrazione. Ma forse stiamo parlando della stessa cosa con due vocabolari diversi.
Monaca:
Forse sì. Purché non dimentichiamo che Pietro non ha detto “è utile essere qui”. Ha detto “è bello”. La bellezza precede la funzione.
Neuroscienziato:
E la bellezza, dal punto di vista evolutivo, è un segnale di significato.
Monaca:
Allora siamo arrivati al punto. Il cervello riconosce ciò che conta. La fede lo interpreta.
La frase di Pietro non è ingenuità. È il riflesso umano davanti a qualcosa che eccede. Il cervello registra meraviglia. Il cuore la chiama gloria. La vera questione non è se l’esperienza sia “solo” neuronale o “anche” divina. La questione è cosa cambia dopo. Perché se dopo il monte resti uguale, non hai capito né la biologia né Dio.