Il “Vangelo dalla finestra” di domenica 22 febbraio

di Alessandro Repossi

Il commento di don Michele Mosa. “Di che cosa ci stiamo nutrendo davvero?”

Di Don Michele Mosa

È uno di quei giorni che ti prende la malinconia e allora… Sali in soffitta e cominci a guardarti attorno, a destra a sinistra senza sapere cosa cerchi. Ma è proprio quando non hai meta che la vita ti stupisce. E ti lascia senza parole. A bocca aperta. Così accadde il Mercoledì delle Ceneri dell’anno del Signore 2026, giorno dedicato al silenzio e al digiuno. Cioè giorno, per chi non ha momenti di pausa, in cui non hai nulla da fare.

Il manoscritto da cui prendo la riflessione di oggi non l’ho trovato in un archivio illustre né in una biblioteca silenziosa. È riemerso da una soffitta qualunque, tra scatole dimenticate e fotografie sbiadite. Un libro di ricette, copertina consumata, pagine segnate dal tempo (e dal sugo), testimone di domeniche e di attese. Sfogliandolo senza fretta, come si fa con le cose che non chiedono attenzione ma la meritano, è scivolato fuori un foglietto piegato in quattro. Calligrafia ferma, parole semplici. Nessuna firma. Solo una frase scritta in alto, come un titolo o forse come un monito:

“Dimmi cosa mangi e ti dirò chi sei”.

Non so da chi l’abbia sentita. Forse dal fratello cuoco. Forse dal cognato macellaio. O forse è semplicemente una di quelle verità che non si studiano ma si imparano vivendo. Sta di fatto che quella frase era rimasta lì, tra la torta di mele e i ravioli della domenica, come un segreto custodito nella farina.

La nonna non faceva discorsi complicati. Non parlava di antropologia né di filosofia. Guardava la tavola. E a tavola si vede tutto. Si vede chi ha fretta, chi divide, chi prende per sé, chi aspetta l’ultimo. Si vede se il cibo è solo consumo o diventa comunione. (Come accade nelle nostre celebrazioni eucaristiche: si vede lo stile di una comunità. Al di là e oltre le parole. Le belle parole!).

Nel foglio si leggeva: «Ho visto uomini mangiare in fretta e vivere in fretta. Ho visto tavole ricche e cuori poveri. E tavole semplici dove c’era pace».

Poi, quasi in punta di piedi, entrava il deserto. «Gesù aveva fame. Fame vera. E qualcuno gli ha detto di trasformare le pietre in pane. Ma Lui non ha usato il potere per sé. Ha scelto la fiducia».

La prima domenica di Quaresima, così, smette di essere un rito ripetuto. Diventa una domanda nuda: di cosa stiamo vivendo? Non si tratta di disprezzare il pane. Senza pane non si vive. Si tratta di capire se il pane è tutto.

«La Quaresima – annotava la nonna – non è per diventare magri. È per diventare veri. Se rinunci al dolce ma resti duro, non hai capito. Se digiuni ma non perdoni, hai solo fame».

C’è una sapienza ruvida in queste parole. Perché si può mangiare molto e nutrirsi poco. Si può riempire lo stomaco e svuotare il cuore. Si può consumare parole, immagini, notizie, e restare affamati di senso.

Una frase poi era sottolineata due volte: «State attenti a quello che vi nutre quando siete soli».

Il deserto non è lontano. È il luogo dove nessuno guarda. È lì che si decide se trasformare ogni pietra in pane per sé o se imparare ad attendere un pane che si spezza e si condivide.

In fondo al foglio, quasi cancellato dal tempo: «Non temete la fame. Temete di non avere più fame di bene».

Quel libro di ricette oggi è tornato in cucina. La soffitta ha restituito una ricetta che non si misura in grammi.

E la prima domenica di Quaresima, tra farina e memoria, torna a porci la domanda più semplice e più difficile: di che cosa ci stiamo nutrendo davvero?