Attualità
Il “Vangelo dalla finestra” di domenica 15 febbraio
Il commento di don Michele Mosa. “Ma io vi dico…”
Di Don Michele Mosa
(Condiviso da Facebook)
Sono cresciuto cristiano. Battesimo, catechismo, oratorio, messa. Poi, a un certo punto, ho smesso di praticare con continuità. Il motivo? Non saprei dirlo. Sicuramente non sono gli scandali. E non è nemmeno perché rifiuto la fede o Dio. È piuttosto una distanza che si è creata lentamente, quasi senza che me ne accorgessi.
Vista oggi, la Chiesa istituzionale mi appare spesso come un luogo dove si parla molto di Gesù, ma poco come Gesù. Ci sono tante parole, tante spiegazioni, tante indicazioni su ciò che è giusto fare. Tutto ordinato, tutto corretto. Ma a volte lontano dalla vita concreta di chi ha vent’anni.
A questa età non stai cercando un regolamento. Stai cercando qualcosa che regga quando sei in crisi, quando sbagli, quando non sai chi sei e nessuno ti garantisce che andrà tutto bene. E spesso il linguaggio ecclesiale sembra rivolgersi a persone già sistemate, più che a chi è ancora in ricerca.
Il Vangelo, però, non l’ho messo da parte. Alcune frasi continuano a inquietarmi. Una in particolare: «ma io vi dico». È una frase che non semplifica, rilancia. Non mette al sicuro, espone. Non difende un sistema, apre una possibilità più radicale di vita. Chiede di non fermarsi al minimo indispensabile dell’umanità.
Ed è qui che sento una frattura. Perché spesso la Chiesa che vedo sembra avere paura proprio di questa radicalità. Paura di disturbare, di perdere consenso, di risultare troppo esigente. Così tende a spiegare, amministrare, contenere. Ma il Vangelo non nasce per essere contenuto. Nasce per rimettere in movimento.
Molti giovani non si allontanano perché cercano una fede più comoda. Al contrario. Si allontanano perché non ne incontrano una abbastanza esigente da meritare la vita. Non un’abitudine da mantenere, non solo un’identità da difendere, ma una proposta capace di attraversare le paure reali, le contraddizioni, le scelte difficili.
Non ho chiuso con Gesù. Ho messo in pausa un modo di vivere la fede che a volte sembra più preoccupato di conservare che di rischiare. Mi piaceva papa Francesco quando diceva che preferiva «una Chiesa accidentata, ferita e sporca per essere uscita per le strade, piuttosto che una Chiesa malata per la chiusura e la comodità di aggrapparsi alle proprie sicurezze». Vorrei tanto una Chiesa che non ha paura di esporsi fino in fondo.
Forse allora la domanda non è perché tanti giovani non praticano più, ma che immagine di fede incontrano. Vorrebbero (vorrei) non una fede da difendere o da spiegare meglio, ma una fede da abitare. Non un sistema che chiede adesione, ma una strada che invita a camminare insieme.
Per molti di noi, tornare non significherebbe fare di più, ma incontrare una Chiesa più capace di ascoltare senza l’ansia di rispondere subito, di accompagnare senza voler avere tutto sotto controllo, di fidarsi del fatto che il Vangelo regga anche quando non viene semplificato. Stile Francesco d’Assisi, per intenderci.
La sfida non è inventare nuovi linguaggi, ma tornare a testimonianze vere. Persone e comunità che non abbiano paura di dire: anche noi siamo in cammino. Che vivono quel “ma io vi dico” non come uno slogan, ma come uno stile.
Forse la pratica ricomincerà così: non per obbligo, ma per attrazione. Non per abitudine, ma perché da qualche parte si intravede una vita più profonda, fragile e reale. Una vita che, finalmente, vale la pena condividere.