Il “Vangelo dalla finestra” di domenica 8 febbraio

di Alessandro Repossi

Il commento di don Michele Mosa. “Voi siete il sale della terra, ma se il sale perde il sapore…”

Di Don Michele Mosa

Caro Antonio,

non ti scrivo per farti cambiare idea. Se hai scelto il seminario, vuol dire che qualcosa ti brucia dentro. Sarebbe ipocrita da parte mia fingere di non vederlo. E io, di ipocrisie, ne ho viste abbastanza per una vita.

Io resto ateo. Non per posa, non per una ribellione giovanile indurita col tempo. Ma per onestà. Ho imparato presto a diffidare delle parole che consolano troppo. La vita, quando colpisce, non lo fa con delicatezza. Non avvisa. Non prepara. Ho visto persone crollare mentre qualcuno le rassicurava “in nome di Dio”. Ho visto il vuoto dietro quelle formule. L’ho visto negli occhi di tua madre, quando i medici non avevano più nulla da dirci e qualcuno parlava di “disegni superiori”.

Per questo ti dico una cosa sola: se proprio vuoi fare il prete, non essere zucchero. Il mondo ne è già saturo. Non addolcire ciò che è amaro per renderti accettabile. Non coccolare le ferite per paura di far male. Lo zucchero fa sentire meglio subito, ma poi marcisce. Imbalsama ciò che dovrebbe guarire.

Se la tua fede vale qualcosa, deve bruciare. Come il sale. Il sale fa male, sì, ma disinfetta. Non mente. Non promette scorciatoie. Sta dove la pelle è aperta e non se ne va finché non ha fatto il suo lavoro.

Non ti chiedo di essere duro. Ti chiedo di non essere falso. Di non usare Dio per evitare le domande, né la Chiesa per proteggerti dalla realtà. Se parlerai di speranza, fallo senza saltare il dolore. Se parlerai di amore, fallo senza scappare dal conflitto. Le persone hanno bisogno di preti che restano.

Io non entrerò in chiesa. Non è ostilità, è coerenza. Ma se un giorno sentirò che mio figlio non ha reso la vita più dolce, bensì più vera, saprò di non aver cresciuto un venditore di illusioni.

E, a modo mio, sarò fiero di te.

Tuo padre

Caro papà,

la tua lettera non consola. E proprio per questo mi accompagna. Qui impariamo molte parole; poche hanno il peso della verità. La tua sì. Mi ha colpito come una mano che non accarezza, ma sveglia.

Hai toccato il punto che più mi fa paura: addomesticare la fede. Renderla innocua. Usarla per piacere, per rassicurare, per non disturbare. Essere zucchero. Diventare uno di quei preti che parlano bene ma non toccano niente. Che distribuiscono parole come caramelle e poi se ne vanno.

Io non so se sarò capace di essere sale. So però che non voglio essere un anestetico. Non sono entrato in seminario per scappare dall’umano, ma per starci dentro senza mentire. Dove le cose non tornano. Dove la vita graffia. Dove le domande non si chiudono con una benedizione.

Tu dici che non credi. Io credo, ma non come si crede a qualcosa che risolve. Credo come si resta fedeli a ciò che non smette di mettere in crisi. Come si tiene una ferita pulita anche quando brucia. Non so se questo basterà. So che è l’unica fede che mi interessa.

Quando hai scritto di mamma, ho capito. Non hai bisogno che ti risponda su Dio. Hai bisogno che io non tradisca ciò che ci ha insegnato: non mentire. Nemmeno per consolare. Nemmeno per amore.

Se un giorno mi sentirai parlare troppo dolce, ricordami queste parole. Sarà il modo più onesto che avrai per volermi bene.

Antonio