“Il Vangelo dalla finestra” di domenica 1° febbraio

di Alessandro Repossi

Il commento di don Michele Mosa: “Beati… “

Di Don Michele Mosa

Domenica sera. Oggi non è andata male. Ed è proprio questo che mi mette a disagio. Tutto si è svolto senza intoppi ma anche senza particolari emozioni: un semplice dovere da compiere. Ogni cosa al suo posto. Mentre però chiudevo la chiesa ho avuto la sensazione di aver attraversato la domenica senza che nulla mi attraversasse davvero. Ho celebrato. Ho detto le parole giuste, nei momenti giusti. Anche le Beatitudini. Le ho pronunciate con naturalezza, come si fa con ciò che non sorprende più. Non mi hanno messo in difficoltà, non mi hanno spiazzato. E mi sono accorto che questo è il segno più chiaro della stanchezza: quando il Vangelo non ferisce più, ma scorre via liscio.

Guardavo i volti davanti a me. Nessuna ostilità, nessuna protesta. Solo una presenza composta, educata. Persone che non rifiutano, ma nemmeno attendono. E mi è venuto il sospetto che non fossero lì per lasciarsi toccare, ma per “arrivare alla fine”. Come me. Venire, restare, uscire. Con la coscienza tranquilla di aver fatto ciò che si doveva fare. E questo non è fare male le cose, è farle senza rischio. È attraversare la fede come si attraversa un dovere, senza aspettarsi che accada qualcosa di imprevisto. È una forma di protezione: se non aspetto nulla, non resto deluso. Ma così non vengo nemmeno coinvolto.

Tutto ciò vale anche per me. A volte ho l’impressione di aver imparato a difendermi dalla Parola. Di dirla con cura, senza espormi. Di predicare un Vangelo che accompagna, consola, spiega, ma non mette più in crisi nessuno. Nemmeno me. Forse per paura di perdere persone, forse per paura di perdere me stesso. Eppure, quella parola insiste. “Beati”. Non come augurio, ma come dichiarazione. Non perché la vita sia riuscita, ma perché è affidata. Gesù osa dire felice chi, umanamente, non ha nulla da esibire. E lo dice dall’esterno, senza chiedere conferme interiori. È questo che rende le Beatitudini così scomode: non chiedono come stai, dicono chi sei.

Stasera l’esame di coscienza passa da qui. Non dai miei errori evidenti, ma dalla mia prudenza. Dal mio accontentarmi di una fede corretta, funzionante, tuttavia senza attesa. Perché il vero pericolo non è la stanchezza, ma l’abitudine che non spera più nulla. Scrivo queste righe per non dimenticarlo domani. Per non ridurre la domenica a qualcosa da portare a termine. Perché una vita semplicemente adempiuta può essere onesta, ma non è ancora beata. Ma se le Beatitudini sono vere, allora qualcuno osa dire beata anche questa mia stanchezza, questa Chiesa affaticata, questa fede senza entusiasmo. Non perché sia bella, ma perché è ancora affidata a una promessa che non dipende da noi.

Chiudo qui. Spengo la luce. Domani ricomincerò. Non perché ne abbia voglia, ma perché continuo ad ascoltare una parola che mi contraddice e mi tiene in piedi.

Non si spera di essere felici; si è beati, cioè felici, perché si spera”.