Il “Vangelo dalla finestra” di domenica 25 gennaio

di Alessandro Repossi

Il commento di don Michele Mosa. “Venite dietro a me, vi farò pescatori di uomini”

Di Don Michele Mosa

Non ho studiato teologia. E forse per questo non riesco a mettere a tacere il disagio che provo quando ascolto Gesù dire: “Vi farò pescatori di uomini”. Non mi rassicura. Non mi consola. Mi inquieta. Perché se la prendo sul serio, questa frase non parla di successo, ma di responsabilità. E soprattutto non parla di potere, ma di limite.

Mi chiedo se oggi questa parola venga ancora ascoltata o solo ripetuta. Se venga lasciata ferire o subito addomesticata. Perché “pescatori di uomini” può diventare facilmente un alibi: per intervenire, per correggere, per decidere chi è dentro e chi è fuori. Ma gli uomini non sono pesci. E quando li trattiamo come tali, qualcosa di umano si perde. Sempre.

Personalmente, ho sempre faticato a credere eppure non ho mai temuto Dio. Ho avuto paura, invece, di coloro che pensavano di poterlo spiegare con troppa sicurezza. Ho temuto chi gettava le reti senza preoccuparsi di chi vi restasse intrappolato e chi parlava di “conversione” quando in realtà sembrava semplicemente arrendersi.

E allora mi domando: siamo sicuri che pescare significhi tirare fuori? O abbiamo dimenticato che il lago non è nostro, che l’acqua non è nostra, che la vita dell’altro non ci appartiene?
Sappiamo ancora restare sulla riva senza possedere nulla? O ci sentiamo inutili se non portiamo risultati, numeri, conferme?

Qui la domanda diventa inevitabile e la rivolgo, senza rabbia ma senza attenuarla, ai preti e ai vescovi. A chi ha voce, parola, autorità. Siamo certi che le nostre reti non siano diventate troppo pesanti? Che non abbiano più piombo che Vangelo?

Quando qualcuno si avvicina con esitazione, con domande scomode, con una fede fragile o disordinata, lo riconosciamo come una vita da rispettare o come un problema da sistemare?

Abbiamo ancora il coraggio di accompagnare senza dirigere? Di ascoltare senza rispondere subito? Di lasciare aperte le domande senza riempirle di frasi giuste?

Oppure ci spaventa l’idea di una Chiesa che non controlla, che non trattiene, che non trattiene nemmeno chi ama?

Forse il punto è questo: Gesù non promette pescatori vincenti, ma uomini esposti. Li chiama a stare davanti alla profondità, non davanti al consenso. E li priva di una cosa fondamentale: la garanzia di successo. Perché pescare significa accettare il rischio di restare a mani vuote. Di fallire. Di non capire.

Allora mi chiedo – e chiedo a chi guida, preti e vescovi in particolare – se siamo ancora disposti a una fede che non trattiene, che non forza, che non gioca sempre in difesa. Una fede che rischia di perdere qualcuno pur di non tradire la libertà di tutti.

Io resto qui, sul bordo del lago. Con una fede incompleta, a volte scomoda, a volte silenziosa. E continuo a pensare che il problema non sia la scarsità di pesci, ma la paura di lasciarli nuotare liberi. Forse Gesù, oggi, non ci chiederebbe di gettare meglio le reti. Forse ci chiederebbe di imparare di nuovo a toglierle. E a fidarci dell’acqua.