Attualità
Il “Vangelo dalla finestra” di domenica 11 gennaio
Il commento di don Michele Mosa. “Sono io che ho bisogno di essere battezzato da te”
Di Don Michele Mosa
Passai per caso. Non ero lì per una rivelazione. Ero lì perché si fa così. Come si entra in chiesa senza pensarci, come si ripetono parole antiche che conosci a memoria, come si vive una fede che non fa più male ma non fa nemmeno più bene.
Passai per caso, e mi fermai solo un attimo. Quanto basta per ascoltare un dialogo che non avrei dovuto ascoltare. C’era Giovanni Battista, l’uomo serio, coerente, tutto d’un pezzo. Era consapevole delle modalità con cui si manifesta la volontà divina e del comportamento richiesto agli uomini nei confronti di Dio: “Sono io che ho bisogno di essere battezzato da te”. Una frase teologicamente impeccabile, che rispecchia la logica di una religione dove tutto è al proprio posto: Dio in alto, l’uomo in basso; i giusti da una parte, i peccatori dall’altra. È una religione che rassicura, soprattutto chi vive di abitudini. Ma quando tutto è ordinato, si rischia di smettere di pensare, di non lasciarsi più sorprendere.
Poi parlò Gesù. E la sua risposta non aggiustò le cose, le complicò: “Lascia fare per ora”. Non è una spiegazione. È uno scarto. Come se dicesse: smetti di difendere Dio. Smetti di proteggerlo con le tue categorie. Lascia che Dio sia diverso da come l’hai imparato. Permetti che Dio sia diverso da come lo hai sempre pensato, che sorprenda le tue aspettative e infranga le abitudini che ti rassicurano.
Gesù non si mette al posto giusto. Si mette in fila.
Non sopra, non davanti, ma in mezzo. Si confonde. Accetta di essere scambiato per uno qualunque. Per uno che ha bisogno di conversione. È qui che il dialogo diventa pericoloso per i cristiani abitudinari (come noi, molte volte), quelli che fanno le cose giuste senza aspettarsi più nulla. Perché Gesù non elimina le abitudini, ma le mette in discussione. Dimostra che è possibile rispettare tutte le regole e, allo stesso tempo, mantenere Dio a una distanza di sicurezza.
Nascosto fra le canne, ascoltavo affascinato e perplesso. Sembrava parlassero di me. Cosa voleva dire: avere una fede educata, incapace di stupirsi, quasi succube delle regole? Cos’è la fede se non ti fa camminare sul precipizio di un burrone? Tradizione? Abitudine? Prigione? A cosa serve andare a Messa? Perché pregare se non chiedi più nulla tanto, in fondo, non succede mai nulla.
E intanto Gesù entrava nell’acqua. Non perché ne avesse bisogno. Ma perché noi abbiamo bisogno di un Dio che non resti a riva mentre noi viviamo per inerzia. Un Dio che non ci guardi dall’alto delle nostre abitudini religiose, ma che entri proprio lì dove la fede si è spenta senza spegnersi del tutto. Quando Gesù esce dall’acqua, il cielo si apre. E non è un premio. Non è la conferma di una buona prestazione religiosa. Il cielo si apre perché Dio ha smesso di stare al suo posto.
E forse è questo che salva gli uomini: non cambiare tutto, non fare di più, ma lasciare che Dio sia ancora capace di sorprenderci.
Passai per caso. Ma capii che, se Dio entra così nelle acque, allora anche una fede stanca, ripetitiva, apparentemente immobile può diventare il luogo di un cielo che si apre. Non per merito. Per grazia.